Il parrucchiere



Poteva essere così: sono andata dal parrucchiere stamattina. Ne ho trovato uno che mi pare bravo in via Calatafimi, si chiama Kaos. Era da un pezzo che non andavo da un bravo parrucchiere, io sono contenta, come sto?

Invece...

Mi aveva chiesto di andare a testimoniare in suo favore in una causa di lavoro intentatagli dalla deficiente che avevo conosciuto anche io. Mi aveva detto che mi avrebbe pagato la giornata di lavoro:

- Ovviamente vengo senza bisogno che mi paghi. Se vengo a fare una testimonianza è perché ci credo, quella era una cretina, la gente che ama fare danni mi urta il sistema nervoso, aspettami che arrivo.

Invece mi aveva telefonato all'ultimo momento che la prima convocazione era stata spostata più oltre; sarei potuta andare al lavoro benedetto senza problemi. Invece me ne sono tornata a letto, che fuori pioveva raffiche rabbiose di acqua, i ragazzi a scuola, io nel letto tiepido, che a volte tutta 'sta vita me la sento sulle spalle, e ho pensato di stare a letto tutto il giorno, che avrei potuto dormire, leggere, ascoltare musica, no, mi sono alzata.

Mi sono vestita e sferzata dal vento ho messo le cuffiette nelle orecchie e sono andata alla fermata del tram. Tra le cose che volevo fare c'era andare dal parrucchiere, ma certo non si va dal parrucchiere in una mattina di pioggia e vento, meglio sarebbe andare in ufficio, che ho tante cose da fare inoltre non so nemmeno da quale parrucchiere potrei andare in centro, che sono anni che non ci vado (-non c'è bisogno che tu ci vada) e mi fermo e guardo le persone accanto a me, con gli ombrelli che ondeggiano strapponati dal vento, io ho il mio cappuccio tirato su e un bell'ombrello fregato a mia madre, con le stecche rigide che non si spezzano, non saprei da che parrucchiere andare, poi sai quelli in centro costano una fortuna io devo stare un po' attenta con 'ste spese, almeno finché non guadagno di più, arriva il tram, la musica è alta ennle orecchie, mi piace che il mio cervello si spenga un poco, riesca a volte a non pensare e viaggia in un percorso parallelo e non verbale, spegne le voci assordanti che mi dicono cosa è giusto fare, vai in ufficio vai in ufficio vai in ufficio e arrivata in Largo Europa scendo.

Fanculo. Oggi vado dal parrucchiere. In centro. Sì, ma quale?

Quando lavoravo dalla Strega Cattiva avevo iniziato ad andare da Coppola in via S.Fermo (e a proposito, mi hanno detto che la Strega Cattiva sta per chiudere, non trova nessuno che le dia gli appalti, forse ha perso qualche Santo in Paradiso, in 3 anni, forse 4 ormai, da che sono andata via io so che ha cambiato gente in ufficio in continuaizone e non ha trovato nessuno che le scrivesse i progetti e adesso chiude, la Strega Cattiva mi ha fatto del male e adesso vede fallire ciò a cui più teneva al mondo, non mi fa piacere ma era previsto, che non è l'unica strega lei, e quella era una predizione facile da fare e comunque chi mi molla prima o poi si pente, e sicuramente questo pensiero è una fesseria, un atto di orgoglio, ma è così, chi mi maltratta e mi molla brutalmente poi si pente, fanculo anche alla Strega Cattiva che è la principale causa del suo male), andavo da Coppola finché non ci ho rinunciato (a che scopo andare se poi non piaci all'uomo che ami? Ed era questo l'errore di fondo, ma è la mia visione di me nel mondo, che io ad essere in due funziono meglio, anche se non me la cavo male ad essere da sola). Cammino in via San Fermo, tra un portico e l'altro, che in quel locale ci ero andata con J a mangiare, imbucati come due adolescenti quando bruciano scuola, chini sul tavolino a soffocare le risate mentre ci nascondevamo dagli avventori del bar, ma Coppola non c'è. Chiuso. Caput.

E avviene qualcosa dentro di me, ogni volta che faccio un passo verso qualche cosa di diverso e un ostacolo mi si pone davanti, avviene qualcosa proprio mentre il mio cervello funziona nel solito modo e mi dice che: vedi? lo sapevamo che sarebbe meglio lasciar perdere, vai in ufficio, fa pure freddo, poi piove acqua a catinelle, come esci dal parrucchiere sei già spettinata non si va il mercoledì mattina più piovoso dell'anno, per fare cosa poi che non hai cene, feste, niente in vista, hai ancora il biglietto del tram valido, c'è il trasporto da Londra da organizzare vai in ufficio che è meglio. Avviene che tutto sto gran convincere me stessa resta un monologo quasi violento che cade nel vuoto e così io mi volto verso una signora e domando:

- scusi, ma il parrucchiere dov'è?

Si ferma quella, che camminava un po' curva in avanti, chiusa nel giaccone imbottito lungo fino alle ginocchia, con un enorme collo di pelo dalle sfumature bruciate, un cappellino impermeabile alla pescatora con la tesa che corre lungo tutta la circonferenza della testa e crea un'ombra morbida sul viso, le labbra gonfie di silicone, due rughe profonde ai lati della bocca e una pelle spessa, potrebbe avere 50 anni come 40, la Luis Vitton Never Full in spalla e l'ombrello verde con il bordo bianco comprato dagli indiani sotto il portico; mi guarda colta di sorpresa, non mi squadra nemmeno che c'è troppo vento e deve gestire l'ombrello, ma mi risponde:

- lì, guardi, ce n'è uno lì. Sono anche molto bravi.

Lì è a 10 metri in via Calatafimi.

Una parte di me si siede sconfitta e dice:

-eccheccazzo, allora hai deciso di andare?

Ringrazio e mi incammino, mentre il mio ombrello regge benissimo i refoli di vento rabbioso e il suo invece no. In via Calatafimi ci sono tre vetrate che danno sulla strada e spruzzano un po' di luce gialla in mezzo a tutto sto grigiore. Non ci sono insegne fuori, gli infissi delle vetrine sono vecchi, ma vecchi vecchi, vecchi degli anni 70, su una vetrina c'è scritto Kaos, che francamente è l'ultima cosa di cui ho bisogno.

Le vetrine non hanno una porta: bisogna salire degli scalini e suonare il campanello per entrare nel palazzo.

- sei proprio cretina, non hai nemmeno preso l'appuntamento, di questi non sai un fico secco, dai vieni via, che cazzo fai suoni? Vedrai che ricevono slo su appuntamento.

Suono appunto, e mentre chiudo l'ombrello mi accorgo che lo le scarpe bagnate, i miei stivaletti grigi che non ci voglio nemmeno pensare da quanto tempo è che sono nel mio armadio, magari l'anno prossimo me ne compro un paio nuovo, qui non apre nessuno, cazzo cazzo adesso vado via, risuono.

Disolito i parrucchieri hanno le porte trasparenti e spalancate, le spingi ed entri in un mondo di lacche profumate, suoni intensi di phon, chiacchiere e profumi di shampoo, con le voci che cercano di tagliare i fischi degli asciugacapelli e le donne che entrano con i capelli "da fare" e le donne che escono con i capelli "fatti".

dopo il secondo squillo il portone scrocchia e si apre verso l'interno con un gesto energico: non è che mi hanno aperto, è che un signore con un cane sta per andare fuori, ha aperto lui il portone, mi guarda seccato ed esce, lasciando che sia io a fermare l'anta pesante prima che si richiuda. Nel pianerottolo la porta a destra pare chiusa.

- Andiamo via? Non vedi? Dai, andiamo via, su...

Sono seccata anche io, veramente, ma che razza di parrucchiere ho trovato... suono due volte e non aprono nemmeno la porta. E se invece fosse aperta?

così, davanti alla porta chiusa faccio una cosa che non ho mai fatto, ma sono seccata davvero, non dovevo venire qui e quindi alzo l'ombrello che ormai è diventato un disciplinato bastone con manico, punto la punta proprio sotto la maniglia e spingo leggermente per vedere se la porta cede un poco e se si apre e mentre spingo leggermente, la porta si spalanca e un ragazzo sulla trentina si trova quindi davanti me che gli punto l'ombrello proprio all'altezza dei genitali, e si ritrae lesto e con altrettanta velocità comincia a scusarsi, si accomodi signora, ero di là non ho sentito, oggi con sta pioggia Eva non è ancora arrivata, sa stavo preparando le miscele, spero non abbia aspettato troppo, mi scusi, entri si accomodi, non ho sentito il campanello.

Io entro, sorrido e taccio, mi sento davvero un po' stronza, se lo avesse fatto Figlio una cosa del genere, spingere una porta con l'ombrello mi sarei arrabbiata, entro e senza scusarmi e senza salutare dico:

- non ho l'appuntamento.

La sala è ampia, ben illuminata, tre sono i sedili del lavatesta, uno di fianco all'altro, non c'è nessuno, nessuna signora dall'aria altezzosa che mi squadra per vedere in che condizioni pessime sono i miei capelli mentre lei che è arrivata prima è già un pezzo avanti con l'operazione "capelli fatti". Il ragazzo indietreggia e allarga le braccia e poi mi si avvicina ancora e mi dice:

- non c'è bisogno dell'appuntamento, vede oggi con questo tempo non c'è nessuno, ha fatto benissimo a venire oggi signora permette il cappotto, ma se vuole un giorno può prendere l'appuntamento, l'ombrello posso metterlo lì? si accomodi cosa deve fare, mi permetta venga a sedersi pure qui, un attimo le metto la mantellina, signora la vedo stanca questo tempo non aiuta nessuno, signora la lascio in pace.

Mi siedo e apprezzo veramente il fatto che lui mi lasci in pace, avvolta in un bel mantello bianco leggero, lui ha preso il mio cappotto e lo ha appeso in un armadio nascosto, la musica è un easy lounge, le luci non sparano, fuori il vento sbatte contro le vetrate che a tratti tremano, il ragazzo forse non ha 30 anni forse ne ha meno, è un poco agitato va verso l'entrata e prende in mano la cornetta del telefono. Il tavolo dove c'è la cassa è un delizioso tavolino di ciliegio dell''800, con le gambe graziose leggermente mosse, la lampada di firma bianca, una libreria nera come sfondo. Non ho fiato per osservare i dettagli, poso la mia borsa nel sedile di fianco a dove sono seduta e lui torna da me e mi dice:

- Sa già cosa deve fare?

- sì, scappare, andare sotto casa di Semprequello chiedergli se gli pare una cosa giusta avermi trattato in questa maniera barbara, che mi ha lasciato senza nemmeno una parola e Dio solo sa se gli è andata bene che io non sono una che rompe le palle e se sono così silenziosa con lui è perché gli voglio bene, che io so cosa vuol dire voler bene e secondo me lui invece no, cretino cretino cretino, e poi però andrei anche via lontano al mare, che ho bisogno di andare al mare e dopo aver lasciato quello là attonito sul pianerottolo di casa sua, andrei in macchina al mare, magari in SIcilia che non ci sono mai andata e ne ho tanto desiderio, e ho voglia di andare sulla spiaggia e mettermi a fare qualcosa di divertente per esempio di ballare, ho voglia di ballare davanti al fuoco con degli amici intorno che mi vogliono bene e non mi giudicano e poi ho voglia di baciare e di essere baciata, e voglio poi mangiare e andare a fare il bagno e poi prendere una barca e andare al largo a pescare e poi tuffarmi nel mare e fare il bagno e provare una di quelle moto ad acqua che fanno tanta schiuma, e poi ...

- Un taglio. Però ho fretta, devo andare a lavorare.

L'ho detto perché ho visto che è in difficoltà: qua dentro non c'è nessuno, è tutto pulito e ha un aspetto gradevole, ma vogliamo dirlo che siamo nella parte dietro di piazza Insurrezione, quella dove si vede il cemento armato messo a nudo, quella ricostruita da 4 geometri arraffoni negli anni 60, pensando di fare i fighi e costruire un raccordo tra la piazza fascista e la delicata via S.Fermo, delicata prima che diventasse la via esclusiva come se fosse Piazza della Vittora del Monopoli, che ancora ho in mente le amiche bene della Vendramini a raccontarmi che loro andavano a fare acquisti in via S.Fermo e solo lì è il centro del mondo e della moda, anche se in effetti non siamo a Milano ma purtroppo altri posti decenti dove andare a fare le compere non ci sono in città, il resto è una merda, a parte gli outlet in Toscana e quello nascosto nascosto nella campagna intorno a Castelfranco Veneto, che io so dov'è ma non te lo posso dire.

Apro la borsa e tiro fuori il mio iPhone per vedere se per caso la Zarina ha mandato un altro sms dall'Australia, ma niente per fortuna, nemmeno la telefonata tanto temuta dalla Zia mi è ancora arrivata. Devo avere un'aria parecchio truce oppure il ragazzo è parecchio debole, ma lo vedo che torna alla scrivania, prende in mano il telefono, chiama, si passa le mani sui pantaloni, si affaccia alle vetrine mascherate da teli bianchi e sbircia fuori tra il grigio del cielo e il grigio del cemento, poi non sapendo cosa altro fare decide di affrontarmi, mi viene incontro e mi dice:

- ah mi scusi, Moreno ha lasciato qua il telefono, Eva non arriva perché c'è troppa pioggia, se mi dice magari io le faccio vedere qualche taglio, oppure potrei anche cominciare il lavaggio, Moreno vedrai che arriva subito, magari sa è uscito solo un attimo, vedrà che torna, hai visto qualche taglio che ti piace...?

mi fa tenerezza, mi sembra uno dei ragazzi del Negozio, che devono sempre essere perfetti nell'accontentare le persone che vanno da loro, perché in questo consiste il loro lavoro, accontentare le persone che entrano insoddisfatte, e io oggi sono triste e gravata, e forse adesso sono anche parecchio stanca oltre che stronza, gli sorrido, fingo di non notare che è passato più volte dal tu al lei, a seconda di quanto si sentiva in difficoltà, poso il libro dei tagli sulla poltrona, sono tutte ragazze belle giovani io non sono in grado di sapere cosa voglio adesso, sollevatemi vi prego, fatemi diventare leggera e dico:

- Non si preoccupi, ho visto ora che ho tempo.

- Allora la lavo.

Questa consecutio logica tra le due affermazioni mi sfugge, ma nel frattempo è arrivata Eva, e lui mi prende la testa e me la fa reclinare all'indietro dolcemente, poi arriva anche Moreno che però io non vedo perché ho la testa sotto l'acqua e lui me la massaggia, non mi chiede in continuazione - vabene signora? è troppo calda è troppo fredda? va bene così?- che è una cosa che mi urta anche perché dà per scontato che io non sia in grado di dire, ehi, è fredda! Sto in silenzio io, e chiudo gli occhi e sento le mani che massaggiano la nuca e poi salgono sul cranio sopra le orecchie e poi su,

- metto la crema? sarebbero un po' secchi...

- sì.

dico io, che lo so benissimo che sono secchi, sfiniti, cosa non hanno passato in questo anno, e la crema è in realtà una maschera, profuma, mi piace, mi fermo, finalmente mi fermo, una piccola bolla di aria pulita nella mia giornata fatta di vita intensa. E Moreno è un bel nome per un parrucchiere.

Il lavaggio è accurato e richiede tempo: io ho messo il telefono in silenzioso.

Poi mi arrotola un asciugamano in testa, mi fa alzare e mi conduce quasi per mano al tavolino. Poso la borsa sul gancio e mi siedo. Moreno mi ha osservato, ora si mette alle mie spalle e mi guarda nello specchio. Mi guardo anche io e vorrei sparire. Allora guardo lui: pantaloni chiari, morbidi, maglioncino in tinta color sabbia, il colletto di una bella camicia che sta rigido. Segue i colori del suo viso: ha i capelli biondi, la pelle chiara, gli occhi azzurri, un paio di occhiali anni 70 che mi ricordo ancora quando mio padre li indossava e soprattutto mi ricordo quando aveva deciso di cambiare la montatura e metterne una più moderna e così dalla montatura pesante era passato a quella invisibile e a tutti noi pareva magia e a casa ci chiedevamo come era stato possibile che lui per anni fosse andato in giro per il mondo con quegli occhiali così neri e scuri e adesso Moreno li indossa, 40 anni dopo.

Moreno non tocca i miei capelli come se fossero aghi appuntiti e sporchi. Non li solleva di quel poco per poi farli cadere giù e farmi capire che ho davvero dei capelli di merda, che sono arrivata nel posto giusto, che adesso lui mi sistema, che non si fa così con i capelli fino a ridurli in quello stato.

Moreno mi fissa un attimo e mi domanda:

- tutto bene?

- no, no, no, non vabene niente, sono nel mezzo di un guaio grosso, quando un padre ha praticamente deciso che la vita nn fa più per lui, che non vale più la pena leggere, mangiare, camminare, e loro sono dall'altra parte del mondo e la Zarina mi ha chiamato stamattina e mi ha detto che potrei davvero andare a prenderli a Dubai, che mio fratello non può portarli fin lì perché lui lavora (e io no), lui ha un cane (io ho due figli e un cane), lui ha finito le ferie (io come co.co.pro. non ho ferie da finire). E mi ha chiamato la Zia, e la Cugina e il mondo del parentado mi domanda come mai io permetto che loro viaggino da soli e che mio fratello non li accompagni. Io non ho il passaporto e quindi non posso andare a Dubai mercoledì (- Non hai il passaporto? Come è possibile? - beh lo sai, sono anni che non mi muovo dall'Italia - E' follia, solo tu sei senza il passaporto! Adesso che serviva!), il compagno di FIglio ha avuto un incidente in moto ed è in terapia intensiva, Figlio è scosso da questo fatto e cerca di capire se deve essere preoccupato o no, che cosa vuol dire la vita o la morte, che prima erano tutti vivi e poi una distesa di detriti di legno e acqua, che era il Giappone, mica l'Africa che alle disgrazie dell'Africa noi siamo abituati, ma vedere i giapponesi dormire per terra nelle palestre, e tutti seduti per terra lungo la metropolitana, o Tokio con l'energia elettrica razionata, devi cercare di spiegare ai figli come può essere la vita o la morte ma senza renderli schiavi della paura, che io la odio la paura, e dopo una settimana di dieta non ho perso nemmeno un chilo, ho il frigo vuoto a casa, domani arriva FF e voglio ospitarlo a casa, che ho capito che secondo me lui è delicato, deve essere accolto e non sbattuto in un ristorante, devo prima aiutarlo a rinforzarsi e poi con cautela portarlo in ufficio stasera gli cucino la torta e domani matitna preparo il pane con i semi di lino, ho il cuore secco e io non sono una che sa stare con un cuore secco, e diomio guarda che disastro che sono, ma che razza di domanda del cazzo mi fai che manco mi conosci?

- eh beh...

- sai già cosa vuoi?

Io lo guardo smarrita, che Moreno sarà anche un parrucchiere ma sembra qusi che mi legga nel pensiero, a volte si creano dei feeling così, perché non credergli e dico:

- ti prego, fai quello che è meglio per me. Sei tu il parrucchiere. Vanno bene anche corti purché tu tenga conto che non ho 18 anni, fa quello che credi meglio.

Mi sorride Moreno, un nome scuro e un viso chiaro, e parte e con destrezza prende le ciocche e le taglia, veloce veloce, e io entro come in trance, il cuore si riposa un poco, mi sento ancora soffice, avrò anceh il cuore secco ma dentro è soffice, morbido, e poi è lo stesso Moreno che prende in mano il phon e quando arriva il ragazzo gli dice - no no, faccio io. - e lesto asciuga la ciocche e senza che io dica niente li fa proprio come io avrei voluto averli, e quando il ragazzo, dopo essere rimasto a guardarci a rispettosa distanza capisce che la messa in piega è finita prende la lacca ma Moreno gli dice no, e io odio la lacca e pare che lui lo sappia.

La forza la trovi a volte dove non te l'aspetti: la comprensione arriva silenziosa da un parrucchiere che mentre ti asciuga dice:

- vedi? Poi a casa dai un colpo di phon e magari li tiri un po' sopra, ma per il resto non ci devi fare nulla. Vedrai. Vedrai che andrai meglio adesso.

E con un colpo da Mago Silvan slega la mantellina bianca e la toglie, mi guarda soddisfatto e mi dice:

- Ma sai che sei bellissima?

Io sono leggermente sopraffatta, non sono abituata ai complimenti, finalmente ho un taglio che chiama personalità, che si allontanta dai capelli dritti e lisci, stirati con la piastra, lucidi e disciplinati che hanno tutte le altre che cercano una distinzione attraverso soprattuto il colore e i colpi di sole, io non posso omologarmi, non è nella mia natura, ma nemmeno voglio distinguermi a tutti i costi, e in questo equilibrio delicato ci sono io oggi e sorrido e dico

- sì, è davvero un bel taglio

- no no, scusami sai, ma sei davvero bella.

e si allontana Moreno, che nel frattempo è arrivata qualche altra cliente, io mi alzo dalla poltroncina, quante cose può percepire una persona che non ti conosce, un linguaggio muto e un salvagente cui attaccarsi, ovunque ci sia un appiglio io lo prendo, gli sorrido grata, e seguo il ragazzo alla cassa, estraggo la carta di credito e nemmeno guardo il dettaglio del conto, 45 euro, soldi ben spesi nn c'è dubbio, e non solo per il taglio, e il ragazzo ha strada da fare ma se resta qui imparerà anche lui a riconoscere la sensibilità di Moreno, che magari è successo solo oggi, una alchimia di pioggia e vento che a me in fondo fanno sempre bene al cuore, pago e mentre il ragazzo mi aiuta ad indossare il cappotto Moreno arriva, mi guarda negli occhi mentre io in realtà sfuggo di qua e di là, che non sono capace oggi di mantenere lo sguardo di chi mi guarda davvero dentro, e mi schiocca due baci sulla guancia destra, due baci puliti e sinceri, di quelli che schiocco io a Figlia sulla sua guancia morbida, dove le mie labbra affondano leggermente sulla pelle fresca che si gonfia perché lei ride, e io adesso resto immattonita, e sorrido, altro non so fare, sorrido, e Moreno non dice altro e torna dalla sua cliente, io prendo il mio ombrello ed esco, il vento e la pioggia fanno parte della vita in particolare della primavera, e soprattutto, ma veramente sopra a tutto, io devo imparare a fidarmi del mio istinto, la vita prosegue anche se sotterranea, passerà anche sta buriana, ne ho già viste parecchie io ormai, arirvano e poi passano tutte, ora vado in ufficio e vedrai che un po' alla volta riesco a sganciarmi dai vecchi meccaninsmi di pensiero che mi hanno costretta in gabbie comode ma strette, e si schianta solo chi ha volato, e io mi sono schiantata e adesso mi rialzo, una volta non volavo mai, oggi mi è bastato poco, uno sguardo e una comprensione di una difficoltà, che essere capita è la cosa più difficile per me, farmi capire mentre a me sembra di essere così smeplice, "volevo un taglio di capelli", "no, volevi di più e lo avrai, hai le forze per averlo", e basta, altre spiegazioni non esistono, grazie Moreno, il parrucchiere di Kaos, con la kappa, quasi come Superkoars.

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