venerdì 16 marzo 2012

Le idi di marzo 2012


Ci sono giorni che sembrano fermi, dove l'aria è rarefatta tanto è fredda.
In quei giorni ho pensato di essere immobile e che non sarei mai più riuscita a spostarmi dal guscio sottile che mi ero costruita intorno.


Poi, all'improvviso, arrivano notizie che sono come dolori, e dolori che sono come notizie di morte, e tutto, dico tutto, sembra perduto.

Non resta in quei momenti alcuno spazio per la ragione, per la consolazione, per il coraggio, per la speranza. La costruzione liscia e fatta con la forma perfetta di un uovo perde consistenza, si crepa e frana, e rovina a terra senza fornire più alcuna protezione, per quanto labile. Il mare porta le onde a spazzare violente tutto ciò che serviva per una buona e ragionevole navigazione.

Vorrei dire parole in questi giorni, ma non so se sarei compresa. Poi a parlare non sono brava io.

Ma è passata una settimana che ha travolto il mio mondo, questa settimana, e io ero a casa malata.
La decisione di uno ha impatto su molti, come il dolore di un calcolo a un rene sconvolge la vita: una responsabilità che è difficile sostenere. Eppure così ha fatto il mio corpo.
Un dolore violento che ha occupato ogni spazio possibile, dilagando sulla ragione, sulla paura, cancellando il futuro, imponendosi come presente , il presente, sono io , sono io! gridava, il dolore sono io, ti rovescio lo stomaco, la lingua, gli occhi, ti piego le ginocchia e il ventre, e reclini il capo sul petto per sfuggirmi, ma sono il dolore dolore dolore, il resto è niente, sono io, sono il presente, violento, sono io sono io, ci sono, sono io. Ti faccio tremare dal male, le braccia le gambe il corpo coperto di sussulti, gli occhi non vedono altro che lampi di luce, non senti altro se non suoni indistinti, sono il dolore, e non c'è più ne caldo ne freddo, sei morta, sei morta, sono violento, ci sono, io esisto, e sono tutto dentro di te, che nemmeno puoi parlare più, sono violento e ti domino tutta, ho vinto, sei una stronza e io ho vinto. Che tanto non c'è nessuno qui, nessuno, ci sono solo io, ne faccio quello che voglio io di te, stronza, io sono il dolore e di te ne faccio quello che voglio.


Silenzio.


Ah, mi piacerebbe fare sapere a chi ha preso la decisione che le conosco bene queste parole, che le ho sentite, ma che sono parole fatte di aria sporca che durano lo spazio di poco tempo e poi arriva il tempo stesso e le porta via.

Che poi il dolore è sparito, lentamente ha lasciato il mio cervello, e una mano sconosciuta si è posata sulla mia fronte, qualcuno mi ha coperto con una coperta pesante, e più di una persona ha girato intorno a me preoccuapta ma rassicurante. Adesso passa, adesso stiamo facendo delle cose e vedrà che starà meglio, il tremore è normale sa, adesso le si rilasserà la muscolatura, non si preoccupi, non è vero quello che le hanno detto, non è vero che il dolore vince, adesso facciamo cose, adesso le ridiamo un futuro, non si preoccupi, armeggiamo intorno al suo letto mentre lei riposa, c'è sempre qualcuno qui con lei, ci vede? Ci sente? Ci dica di sì con la testa, ecco vede, sta già meglio, glielo avevamo detto, non si preoccupi, la decisione di venire qui è stata una ottima decisione, non si preoccupi sappiamo che lei sta male, adesso facciamo altre cose, che l'aorta non la sentiamo ma è normale sa, è normale non sentire l'aorta, il battito de cuore rallenta, adesso lei si riposa se ha bisogno siamo qui intorno, c'è sempre qualcuno qui con lei, non è vero che il dolore vince, non  è vero che la sconfitta vince, è impossibile, la sconfitta perde per forza, è logica, mica lo diciamo noi, adesso lei ha preso la decisione giusta, si lasci guidare, andiamo avanti che le abbiamo ridato un futuro.



Sono queste le parole che mi piacerebbe saper dire a chi oggi mi guardava dolente.
La sconfitta non è mai una vera sconfitta finché abbiamo un domani.


E io penso che finché siamo vivi e restiamo insieme, avremo sempre un domani.

sabato 3 marzo 2012

Lineamenti di moda 2: io e le domande







La settimana della moda a Milano funziona che ci sono prima 3 o 4 giorni di mercato, vendita, e poi 3 o 4 giorni di sfilate. Le due cose insieme non funzionano e pare sia già tanto che i lembi dei giorni si possano sfiorare così da vicino, ma certo è che molto è ancora da scoprire da parte mia. Fatto sta che io ero lì che camminavo pigra nei corridoi e pensavo a quanto sia poco lineare tutto sto mondo, che siamo arrivati in fiera vestiti da inverno, il 2012 è nuovo nuovo che ancora è febbraio,  nelle vetrine venerdì sono appena stati preparati gli allestimenti primaverili con le collezioni primavera/estate 2012 (bianco e turchese, bianco e becco d'oca), noi in fiera presentiamo l'invernale 2012, e la Stilista ci parla dell'estivo, estate 2013 sì, e a me gira la testa al pensiero di un'altra estate prima ancora di quella che deve venire e dopo averne passate due nelle condizioni di cui sopra nei post precedenti.

Quindi prima il mercato, che però si chiama Fiera, poi le sfilate. C'è una cesura tra le due cose che non mi si schioda dalla testa, e io cammino dall'albergo alla fiera e scatto foto, e Gambelunghe mi precede allegra e sorridente, mentre chiacchiera di tutto un po' , i capelli piastrati che oscillano disciplinati a destra e a manca tutti insieme, gli occhiali nuovi neri che le danno un'aria tanto finta matura e perciò vagamente sexi, le scarpe basse e comode che tanto lei ha le gambe lunghe, io penso a questo mondo che gira attorno alla moda, dove tutto si mescola ma resta sempre ben distinto, Milano con Milano, Parigi con gennaio, la stampa con le sfilate, Milano con la fiera.

 Io ho la mia meravigliosa Fuji X10 pagata a tre quarti ( o forse sarebbe meglio dire 2/3) e scatto fotografie ovunque, ma sono appesantita, che fa caldo anche se è febbraio e io sono vestita abbastanza leggera, sono pesante rispetto a Gambelunghe che volteggia, ho una borsa grande con le scarpe di riserva, gli assorbenti di riserva, la borsa piccola di riserva, il trucco di riserva, l'acqua, le calze, il portafoglio, gli occhiali da sole, i fazzoletti, il carica cellulare, il rossetto, vedi mai che mi serva qualcosa.  Avrei bisogno di un po' di soldini nel conto, così, tanto per mettermi un po' tranquilla, ma invece non si batte chiodo, e i due contratti che avevo in piedi sono fumati via. Come faccio a essere alla moda io, non è possibile. Nel portafoglio ho 40 euro: un po' pochini in effetti, ma tanto alle fiere non si compra niente.

Arrivo dentro la fiera e passo 3 giorni a guardare la gente che cammina in mezzo alla moda. Qualcuno è straordinariamente vestito con cura e nessuno, me compresa, nessuno ha infilato la prima cosa che aveva nell'armadio e via. Nemmeno GioiadiVivere, femmina Alfa 1 suprema del gruppo del Re Leone, ma andiamo con ordine.


Dopo un giorno di fiera e di stretta osservazione del mondo che mi circonda, mi sento più sciolta, le scarpe sono comode, l'inglese fluente, la Stilista accomodante, la Modella Figa allegra e simpatica, la pesantezza sotto controllo, ma nonostante tutto ancora io penso e rifletto: come mai, tutti insieme, tutti nello stesso identico momento, hanno fatto le cose fluo? da dove nascono le tendenze?

La domanda ha quel sapore un po' adolescenziale me ne rendo conto da sola, quando uno si domandava perché nasciamo e dove andiamo e che ci facciamo qui. Una domanda del cazzo per dirla tutta, che tanto risposte non ce ne sono e io non voglio fare ulteriori brutte figure in giro, quindi persisto nell'osservare la gente che mi circonda in questo spaccato di moda, che noi siamo al Touch! Neozone Cloudnine in un albergo Nhow e non si capisce niente di niente (che vuol dire Touch! con il punto esclamativo? Che cavolo è Neozone , perché Neo? Forse prima c'era un padiglione che si chiamava ZOne? Perché un albergo deve avere un nome così difficile come Nhow che ogni volta che lo pronunci o lo devi scrivere si è sempre in difficoltà? Non sarebbe meglio chiamarlo che so, Minerva, hotel Minerva?)

La moda ama mescolare e confondere e c'è un sistema perverso in cui gli organizzatori cavalcano l'organizzazione e giocano con l'ambiguità e il White e il T!-N-C sono nemici giurati; e noi tutti galleggiamo dietro la loro scia, senza sapere bene dove andiamo, perché il Touch! (T!-N-C)  in pratica non esiste ed è una terrazza di legno coperta da un telo trasparente ed unisce la prima parte del Neozone (T!-N-C)  alla seconda, nel Neozone c'è la sezione New Designer, finto bancone per poveri e per finti neo designer che in realtà se arrivano lì è perché hanno soldi e strutture ben strutturate alle spalle, la Cloudnine (T!-N-C)  è in un palazzo di fronte al Neozone ed è solo per accessori e gioielli ma poi ci ficcano dentro anche le Happiness (che sono delle t-shirt, manco c'è bisogno di spiegarlo neh...),  il White sarebbe meglio del T!-N-C- perché è lì da più tempo, ci vanno solo i marchi grossi, un metro quadro in affitto tre giorni costa come un appartamenteo in San Babila, mentre se sei un espositore del T!-N-C puoi ben dire che il White fa solo scena nella parte dell'ex-Ansaldo, sono fighi solo quelli che stanno al White di fronte che non per niente si chiamano Aree Superstudio Più (e già il nome la dice lunga), hanno la moquette bianca per terra e gli stand sono in gabbie di metallo con saracinesche che fa tanto maschio eroico vintage, il Cloudnine è da un'altra parte, nel White hanno fatto 6 aree con 6 nomi diversi che sono WHITE Via Tortona 27 e 54, Basement, Talents for White, Inside White, White Beauty e White goes green with C.L.A.S.S. 
Diomio che faticaaaaaa.

Il tutto in 500 metri di strada dove però nessuno dice niente e nessuno fa domande, tutti sanno esattamente dove andare, che se per caso scendono da un taxi in via Tortona e si guardano intorno per capire dove sono, sono sicuramente degli stupidi. Tutti sono già stati al Touch!Neozone Cloudnine, tutti sono già stati al White, tutti sanno esattamente cosa fare e dove andare, che qui nessuno è nato ieri. Tranne me, ovviamente.

Che gira e rigira, pensa e ti ripensa, il mio cervello fa domande a se stesso e poi valuta se è il caso di chiedere oppure no, meglio di no, e così scarto una domanda dopo l'altra, una dopo l'altra finchè mi avvicino al Maschio Alfa che è appoggiato al muro giallino davanti al nostro stand del Marchio Plus, che tra le tante domande ce n'è una per la quale vorrei una risposta ed è come è possibile mai che ci sia sempre un solo filone di idee nella moda, e quest'anno per esempio si sono presentati tutti con i colori fluo, ma da dove prendono le idee le aziende, gli stilisti come fanno a decidere che andrà il colore fluorenscente e subito trovi borse calzini scapre e magliette e abiti con il colore accecante dei giubbino antiinfortunio da mettere quando hai l'auto in panne, che lo stilista senza l'azienda è nessuno e l'azienda senza lo stilista pure, e allora, mi rispondo, sicuramente la moda dipende dagli stilisti che preparano le loro sfilate e poi in qualcosa si copiano l'un l'altro forse, oppure rielaborano e modificano ed ecco che arriva il fluo, sarebbe importante quindi capire prima subito cosa potrebbe essere nuovo nelle idee degli stilisti e allora sarebbe interessante poter partecipare a una sfilata, così, per capire, ed ecco che il mio cervello si è stufato di stare in silenzio, la mia coscienza elabora la domanda, afifnchè non sia maleducazione chiedere, e mi avvicino al Maschio ALfa dicevo e vicino a lui c'è Gioia di VIvere, la Femmina ALfa del Re Leone, e io ingenua domando cauta:

- Senti, ma non è che si potrebbe partecipare ad almeno una sfilata?-

E' un errrore, ma ormai è tardi e riavvolgere il tempo e risucchiare le parole non è possibile. 
Il Maschio ALfa spalanca gli occhi sorpreso e mi fissa con uno sguardo indecifrabile che ogni volta che fa così a me pare che lui si stia chiedendo se lo faccio apposta o se veramente non ci arrivo, e La Femmina ALfa del Re Leone sgrana gli occhi, spalanca la bocca, allrga le braccia e rivolge il capo verso l'alto come se cercasse ossigeno, mentre la sua enorme sciarpa di modal appesa come una bandiera sconfitta penzolante ai lati delle spalle viene sollevata in gesto di sdegno; di scatto poi raddrizza la schiena dal muro e sbotta in un:
- Bah! é arrivata lei! AHahahah -
dove l'accento bolognese risuona sgraziato e volgare. Per fortuna lo sdegno si trasforma immediatamente in scatto d'ira che sorgendo dai piedi la fa allontanare a passo veloce da me e dalle mie inopportune domande.

Con pazienza, il Maschio Alfa raccoglie invece la mia domanda caduta sulla moquette, e prova a spiegarmi perché e per chi sono fatte le sfilate.
Non ha risposte precise nemmeno lui, per la verità.
Vedere Gioia di Vivere che ondeggia i fianchi scandalizzata da me, mentre cammina lungo il corridoio con gli stivaletti da cowboy ricamati con margherite sgargianti mi procura un vago senso di euforia.


 Del mondo della moda non ci capisco un cazzo, ma mi sa che stavolta a Milano io mi diverto.




mercoledì 29 febbraio 2012

lineamenti di moda: io e la settimana della moda a Milano -1-



La moda è follia e se fosse una persona sarebbe rinchiusa in una cella di isolamento perché avrebbe mandato in analisi uno dopo l'altro tutti gli analisti psichiatri, psicologi, self-power, motivazionisti, amici di Angeli/solecuoreamore/mangia-prega-ama, jogi e direttori di istituti correzionali che avrebbe potuto incontrare.

La moda non rispetta il tempo climatico, anticipa e posticipa le stagioni, stravolge il giorno con la notte e nello stesso momento è ossessionata dal tempo che scorre, dalla giovinezza che fugge, dalla puntualità che deve spaccare il secondo. La moda è un meccanismo mirabile e perfetto di come la pazzia, se ben vestita, possa diventare un sistema socialmente utile e generalmente apprezzato.


Tanto per fare chiarezza, la settimana della moda di Milano inizia a Parigi e parte da Firenze. Poi noi si va a Milano e non si capisce bene come abbiamo fatto ad arrivare lì da diverse parti d'Italia e avere tutti più o meno sentore delle stesse tendenze. A Milano ci si infila nei corridoi e si parla diverse lingue, principalmente l'italiano e l'inglese, ma vanno benissimo anche il tedesco e un pochino di francese. Lo spagnolo è grazioso ma poi gli spagnoli parlano benissimo l'italiano, quindi perché darsi tanta pena nell'imparare lo spagnolo? Il giapponese sarebbe utile, ma tanto i giapponesi parlano poco e sorridono molto.

la settimana della moda di Milano dura 4 giorni o forse 5, non è chiaro a nessuno degli indaffarati uomini che si danno grandi pacche sulle spalle mentre valutano il campionario appeso. Per noi era importante sapere che gli allestimenti iniziavano venerdì e finivano lunedì, l'ora di chiusura era incerta, tanto lunedì per solito non viene nessuno.
La settimana della moda di Milano si tiene a febbraio, verso la fine del mese, all'incirca un anno e un mese dopo l'inizio delle danze, ovvero il gennaio dell'anno prima a Parigi, dove tutto ha inizio. Se per esempio,  Parigi decidesse di iniziare il primo di gennaio 2012, allora tutte le fiere di tutti i paesi sarebbero alla rincorsa per iniziare prima pure loro e pertanto Milano potrebbe essere a inizio gennaio 2013. Le voci preoccupate dei buyer di questi giorni vertevano sulla scelta futura della fiera di Parigi del gennaio 2013 che a cascata arriva sul SIMM di Madrid e giù giù ai campionari, ai trasportatori, agli stilisti, ai designer, agli organizzatori di fiere, agli allestitori di stand, alle modelle e Diomio che fatica, una montagna di gente che aspetta con impazienza la fiera di gennaio 2013 e siamo a febbraio 2012. In mezzo a tutto questo bailamme ci sono pure io, avvezza a non programmare nulla oltre un banale due o tre giorni, e mi pare di essere una pallina da flipper mentre mi godo tutto questo mondo, compresa la parlata della nostra agente in Madrid, che parla italiano con quel meraviglioso accento spagnolo, la voce sottile, lei tutta magra e la pettinatura alla francese (cascchetto corto e ondulato) e dice:
- ah no se sabe de Parrrigi sai? han dicho che la fan anticipata sai? io no posso lavorrrrare sai? è un problema sai? io tenuto liberrrra una stanza di show rrrrroom per tuo campionario sai? io debe haber las rrropas en show rrrrooom in gennaio sai?-
e io resto in parte incantata dalla sua erre rotonda, in parte mi domando cosa c'entra Parigi, in parte mi appoggio al muro, che sono parecchio stanca e nello stand manca l'aria.


La settimana della moda di Milano è organizzata dal Pitti, quello di Firenze, ma non quel palazzo Pitti del '400 che contiene le quadrerie, bensì una struttura commerciale che si chiama Pitti immagine la cui rappresentante commerciale che conosco io è la Divina, in pratica una stronza. La Divina già l'anno scorso nell'edizione di settembre era magra il giusto, quest'anno è magra di più e ogni stagione dimagrisce in relazione al suo miglioramento di carriera. La Divina  cammina con le sue magre gambe e le ballerine basse lungo la moquette a quadretti chiccamente grigi degli stand, che lei per solito porta il tacco 12 ma quando lavora lei si distingue dalla massa informe e senza cervello delle modelle, che lei invece ha in mano le sorti degli standisti e delle loro collezioni, che se lei dice no, tu mica ci vai a esporre al Tocuh!Neozone-Cloudnine.  La Divina tiene stretto nel braccio destro la cartellina  rigida con dei fogli fermati con una molletta d'argento, il cellulare Blackberry nella mano sinistra, chiama tutti amore-tesoro, striscia docile sotto la cintura del Maschio Alfa mentre con la coda spazza tutte le persone che le sono rimaste dietro, saluta gli uomini e le giornaliste e basta, che tutti gli altri non esistono, risponde al blackbarry sempre, dicendo, sempre a chiunque:-tesoro perdonami sono occupata ti chiamo dopo io- e poi non richiama mai. 

La Divina passeggia per la fiera e ride, ride sempre quando incontra qualcuno con cui si ferma a fare due chiacchiere, ma solo due, il braccio destro piegato al petto a nascondere le cartelline e la mano sinistra rivolta verso il cielo a tenere con fastidiosa noia il Blackberry come se fosse un frutto da far cogliere; si ferma e chiacchiera, poche parole percarità, che lei ha da fare ma i rapporti interpersonali, tesoro, sono il sale della vita, ahahah, l'anno prossimo ti do lo stand davanti al bar sì, vediamo se riesco tesoro  ahahah che se dipendesse da me te lo darei subito e le vendite come vanno? ahahahah, che ridere bene scusa devo andare. Dicevo, ride sempre ma non  quando cammina che allora il suo volto ritorna ad essere preoccupato per tutte le importanti questioni che le appesantiscono il cervello e che riguardano la gestione della fiera.
 Due metri a passo veloce e poi ancora una sosta, per salutare i potenti danarosi maschi potenziali nuovi clienti forti, che con la moda non si capisce niente, magari un domani sono loro quelli dal marchio che regala quattrini a gogò.
La Divina lavora sempre, anche di sabato e di domenica, proprio quando gli espositori non fanno nulla e le segretarie sono a casa dai loro figli e negli uffici ci sono le rumene che puliscono, lei solo allora ha il tempo e risponde alle email di notte, scrive brevi comunicati in cui si firma con solo l'iniziale, che lei non ha mica il tempo da perdere a scrivere il proprio nome La Divina, troppo lungo, figuriamoci.

Però mi verrebbe da dirle, perpiacere, quando ti fermi, chiudile quelle gambe, avvicina i piedi uno all'altro e chiudile: saresti più composta e meno scoperta.


martedì 21 febbraio 2012

Le parole che io custodisco gelosamente.


Ci sono parole che modellano l'aria, escono da un foglio bianco, da una email per esempio, e si pongono graziose a disegnare curve luccicose di un azzurro intenso ma con un tracciato sottile, così come quando si guarda attraverso un vetro antico, così sottile pare quell'ampolla ed è solo il tratto azzurro intenso che dà spessore e leggerezza. Ci sono parole che mentre modellano l'aria si raggruppano vicine vicine e segnano un dosso, come un anfratto da cui si staglia un'ombra scura tendente al nero. E il nero è sempre così denso, così pericolosamente buio specie quando si tratta di contrapporlo all'etereo trasparente segnato da tratti cerulei.


Ci sono parole che si stagliano all'orizzonte della normalità, sorgono da un solido tracciato di terra chiara e pulita, una strada che è nella norma delle cose normali. Sono parole che oscurano improvvisamente la vista, perché si pongono tra noi e la strada, tra la strada e l'orizzonte, e danno corpo a una figura di donna pulita e luminosa, fatta di cristallo sottile, soffiata a mano da mano sapiente, battuta dal ferro quando ancora era palla incandescente, raffreddata dal soffio caldo del vasaio, sciolta e rimodellata con nuove incrostazioni, una palla incandescente che è più calda del fuoco incredibilmente appesa a un bastone di ferro cavo.

Ci sono parole che sanno dare forma a dolori antichi, e io le guardo queste parole, che anche io soffro dolori antichi e vorrei che fossero solo miei e di nessun altro, perché solo ascoltando quelli degli altri in parte rivivo i miei.

Ho visto oggi la costruzione mirabile fatta da queste parole, pulite, semplici, senza odio, senza dolore, senza recriminazione, senza giudizio: le ho viste arrivare nella mia posta e modellare nell'aria un tracciato uguale al mio, perché il dolore è sempre dolore, da qualunque parte venga, e il vuoto è sempre terribilmente vuoto, le lame sono taglienti sempre, che siano piccoli coltelli o katane rotonde o i bordi di un foglio di carta, e il male che si sente è sempre male, da qualunque parte provenga.



Ho guardato lo spettacolare risultato di queste parole, che in poche righe hanno delineato una vita,  creato gli anfratti pudicamente nascosti, lucidato le curve sinuose delle spalle, riempito di vita ciò che all'apparenza di oggi sembra vuoto e freddo.
E mi è venuta alla mente la lettera stessa che il Carro mi scrisse, quando con le sue parole illuminò se stesso a me, ponendosi in luce ampia, mostrandosi nudo a tratti, a parlare di sé e della sua vita, che le sue parole, come le tue, modellarono il vuoto tra me e lui, e io gli promisi che avrei avuto cura delle sue parole e lui però non capì.
E ho ammirato quelle  tue parole e quella preziosa costruzione, posta a metà tra me e l'orizzonte, su una strada che non è più una strada, ma un sentiero di erba robusta, di un verde intenso, che crea un morbido strato su cui posare i piedi.
Di questa pasta sono le tue parole.
Ti porto via con me, non aver paura, che l'amicizia tra donne è forte come l'amore tra uomo e donna.  E quello che ora ti pare che bruci in realtà ti plasma e ti dà forma, e dove ti pare che ci sia vuoto si fa invece spazio affinché tu possa rileggere quello che hai scritto e trovare in quelle parole che plasmano la verità delle tue ombre, lo spigolo acuto del vetro tagliato, l'azzurro ceruleo di un antico vaso.

Dentro di te, nelle tue parole, nella magistrale costruzione che hanno saputo creare e non fuori, non in un uomo, o in un altro uomo, o in quell'uomo lì e solo in quello. Non nelle mie parole, in quelle delle carte, delle amiche, dei saggi soloni che predicano la conoscenza e vivono il peccato (il peccato del tiepidume, della vita sopportata, delle scelte mantenute per codardia e non per coraggio, del fingere di credere e del credere per finta).


Fidati delle mie parole: che Dio è grande e tutto è fatto per il meglio.

sabato 18 febbraio 2012

Ali di libellula


la Mappa delle Stelle manda segnali contradditori: gestisce una vita sigillata, e poi apre spiragli inaspettati, e alzando il sopraciglio solleva un lembo di pesante tessuto che apre scorci su un panorama fatto di prati in discesa e ripide scogliere.

Ho fatto un balzo indietro io, che non mi aspettavo alcun barlume di luce sebbene avessi annotato, dentro di me, alcuni aspetti sottili come ali di libellula, dove vene impalpabili sostengono un velo trasparente atto a volare.
Lo scambio di sguardi è stato rapido e veloce, un lampo a cui ha risposto un lampo, mentre il petto suo si gonfiava, apriva le gambe e istintivamente si ergeva davanti a me, che invece giravo su me stessa, lo sguardo sulla spalla, il cervello terrorizzato dalla visione dello squarcio, incredula davanti a tutto ciò che lui diceva sollevando la coltre che ricopre la Mappa delle Stelle: - sei tu che non vuoi leggere la mappa - mi ha detto il suo pensiero nel mezzo del rumore del mondo.

Incredula, a me è mancata la parola.

E sono certa che lui non ha capito che io ero spaventata dalla visione dello squarcio.  E' un uomo lui, gli uomini non si accorgono del mio terrore e confondono il mio silenzio con indifferenza.

Poi resto sola, confusa, e il mattino dopo tutto sembra solo il frutto della mia fantasia.

lunedì 13 febbraio 2012

La routine di Superkoars: il Lavoro Benedetto.


Sono appena le 9 e 20 di lunedì mattina e già mi pare di aver vissuto parecchie ore: spingo il portoncino e mi lascio alle spalle lo sguardo indagatore della Femmina Alfa 1, salgo gli scalini consumati ed entro nel caldo dell'ufficio dove il gelo del viso si scioglie come acqua. Chiudo il portoncino alle mie spalle e salgo ancora gli altri 4 scalini e da lì a qui ho già abbandonato la mia vita e mi sono immersa in quella del Lavoro Benedetto.

Quello che io faccio una volta che sono seduta alla mia scrivania risulta misterioso ai più e a buona ragione, dal momento che risulta di difficile comprensione anche per me. In efeftti passo molto tempo a riordinare la scrivania che metto in disordine, riempiendola di carte, inviti a inaugurazioni di showroom, file di excel stampati con un azzurrino triste, che il ciano si sta consumando e a me rompe cambiarlo finchè non si è consumato proprio del tutto. Volo con il mouse veloce tra le 4 email che gestisco io (superkoars@società1, superkoars@società2, info@società 1, info@società2) e che si dispongono alla sinistra di Outlook: a seconda di dove sono rispondo con un nome o con l'altro. Pertatno ho anche 4 firme diverse da aggiungere ad ogni indirizzo.  Poi ho le fiere da seguire, ovvero è come se tirassi i fili sottili di un enorme pezzo di stoffa, che se ne tiri troppo uno l'altro fa un nodo, se molli un gruppo là pensadno che vada per conto suo ti ritrovi senza dubbio che una aprte della tela non è stata costruita e c'è un buco,  un buco a cui rimediare in fretta.

Stamattina mi chiama il Maschio ALfa: - attenzione attenzione, mi dice, molla tutto e occupati della Faccenda X. - Io? - Tu - beh ma come faccio IO? - fai fai.



Auff, penso, che altro non riesco a formulare, e comincio a imbastire file, ragionamenti e pensieri su tutt'altro, mentre rispondo alle mail dell'account 1 cercando di non mettere la firma dell'account 3, e chiamo Milano, e poi rispondo a Londra, e parlo al telefono  con i Turchi mentre la stampante sbatacchia e diligentemente stampa i prezzi, ignoro la scritta sul computer che mi ingiunge di sostituire la cartuccia di ciano, apro lo sportello prendo la vaschetta C (ciano appunto) la sbatacchio a destra e a sinistra dentro il cesto delle cartacce il tutto mentre chiacchiero amabilmente con i Turchi sul tempo che fa in Europa e il camion bloccato per neve in Germania. Reinfilo la cartuccia Ciano ingannata, e reinfilo la carta da riciclo nel cassetto. Da dove mi arriva tutta sta attenzione ecologica ai consumi non so davvero, ma arrivo a un punto dela mattina in cui non posso più fingere e mi tocca prendere in mano la questione della Faccenda X. Ormai sono le 10 e 25, e la Faccenda X ha galleggiato dentro di me in un vago color translucido, senza prendere una forma netta, che mi manca di capire da dove parte, come arriva, dove va, chi si occupa di cosa e maledizione, io sono sempre ll'unica che ancora non ha capito un accidenti di come la merce viene nel magazzino, accompagnata da un ddt che anticipa  una fattura scritta da non so chi, caricata in un gestionale che non conosco, scorporata di iva, marchiata con un codice interno (numero peso taglia colore), etichettata con la macchinetta dell'etichettatrice, messa negli scaffali, tolta dagli scaffali, rificcata in un oscatolone, scontata se è stock, aumentata se è campionario oppure viceversa, stesso prezzo se per gli agenti, conto vettore, bonifico anticipato, lettera d'intenti, porto franco, a volte porto assegnato, Intra per l'Europa, codice 8 barra B per oltre la UE. E io in mezzo, che cinciono con il Ciano e la carta da riciclo, ai piedi gli stivali radiattivi, circondata da abiti che non mi compro perché costruiti sul corpo di donne taglia 36 e portafoglio consistente mentre il Maschio Alfa è convinto che io capisca tutto questo e mi ha sganciato la Faccenda X a me perchè, mi ha detto " è delicata".


  Non la voglio io la faccenda delicata, non la voglio. Avevo appena imparato a gestire le altre cose, a conoscere le altre persone, adesso sono da sola e mi mancano le basi. Prendo la questione di petto, cerco nelle mail "il file che ti ho spedito un paio di giorni fa", lo cerco lo apro lo salvo, lo studio, pieno come è di foto piccoline inserite in un casellario mostruoso: la colonna A contiene le foto, la B la descrizione, la C la quantità, la D una sigla illegibile, tipo TLP, la E un'altra sigla e via così, colonne fitte fitte fino alla J e si sa, io odio la lettera J. Il file di excel mi demoralizza e frenetica sfoglio le carte sul mio tavolo perché ho preso qualche appunto mentre il Maschio Alfa mi diceva per telefono: adesso ti spiego cosa devi fare, fai il 10%, no, fai il 12%, mmm meglio il 10%. Trovo la cifra 10 cancellata un piao di volte, la 12 cancellata 3, la 9 una, il simbolo delle percentuali che vagheggia in cerca di una sede appropriata, un numero di telefono che ho appuntato lì, la frase Turn over=fatturato sottolineata più volte, che ogni volta che devo parlare di fatturato quella non mi viene mai., una freccia che imperiosa mi ricorda di contattare il trasportatore. Ma mi dà sollievo vedere il 10% circondato da un segno netto che ho fatto io con la penna rossa, e comincio nel foglio di excel, che ormai ho imparato, e così prendo la prima casella, tasto destro, inserisci una colonna, poi esito un attimo in cerca del simbolo giusto e  faccio = e vedo che in effetti il simbolo compare nella finestrella, quindi seleziono la colonna E e poi vago leggiadra con il dito medio pronto sulla parte destra della tastiera, cerco l'asterisco che qualcuno ha deciso essere il simbolo della moltiplicazione, lo tocco, e poi vado alla ricerca della colonna da moltiplicare, schiaccio invio e guardo ammirata una formula trsformarsi in numero. Un cazzuto numero a due cifre e due decimali, che se pure non ci sono, io gli ho detto che voglio che mi metta due zero. Ma non mi fido, io che con la fiducia ho qualche problema, e perciò accendo la mia calcolatrice alla mia destra, e rifaccio il conto a mano, così, per vedere se tutto torna e miracolosamente tutto torna. Almeno nella prima colonna.


Ma squilla il cellulare, che mi è arrivato un sms. E' di Figlio, che con la solita stringata efficenza mi dice:- Viene pietro alle 2.15 a mang. Un boccone. Se va bene non risp- e la mia testa si riempie di questi pensieri:
- che sistema è se vabene non risp? e se non andasse bene e io non potessi risp?
- che cavolo gli do da mangiare a Pietro?
- ma perché deve scrivere in sta maniera barbara con ste abbreviazioni inutili che poi ti mettono la maiuscola dopo il punto così?
- come mai mi messaggia a quest'ora che dovrebbe essere in classe?
- come mai ha messaggiato con pietro che non solo non è della stessa classe ma è pure di un'altra scuola?
- ecchecavolo non so niente di quello che fa sto ragazzo... e se non fosse andato a scuola oggi?
In quello squilla il telefono, Gambelunghe mi urla : - Bleaaak è il Fotografo della Rivistafiga- e  io penso:
- vabeh. Ho la pasta e il pesto. Figlio ha fatto bene a dirmi di non rispondere. Mi ha tolto di un impiccio. Adesso a questo gli devo dare la foto per la quarta di copertina, devo prendere tempo...


Finisco la telefonata, bevo a canna dalla bottiglia, mi gratto la testa, riprendo il file della Faccenda X e resto un po' pensierosa. Mi mancano le basi. Le basi. Allora se mi mancano le basi, io me le prendo. Così stampo e mi alzo, percorro il corridoio, entro nell'ufficio delle Ragazze, Soldato Jane mi da un'occhiata di sfuggita, come per controllare che io sia proprio io, poi riabbassa lo sguardo alle sue carte. Adele canta alla radio e davanti a me c'è la mia soluzione. E' bionda, è magra, ha tre figli, un marito una casa, lavora qua dentro da sempre, è lei la mia Baseluna. Le sventaglio davanti agli occhi le fatture, lei le scorre, le chiedo lei risponde, magari ci capisco, magari imparo, ho capito qualcosa, se da lì a qui mi dimentico torno, - si fa così e così e così- mi dice lei e io riparto, con le mie carte in mano, ritorno alla mia scrivania e riparto. Mi pare di aver capito. Nel frattempo chiamo il trasportatore dalla bella voce baritonale, ho ricevuto 7 mail, ho la segreteria del Pitti che mi chiede se abbiamo pagato lo stand, e il Press Office di Milano che attende informazioni sulla collezione.
Finisco il file di excel, un bel 10 % di sconto su tutta la colonna F. Salvo e rinomino, allego e invio trionfante al Maschio Alfa. Passano due minuti due, e mi compare una mail dal Maschio Alfa:               - Superkoars, ti prego, più 10 %, non meno.


 O cazzo. Non c'è altro da dire. O cazzo. Rispondo a lui un amichevole : che imbecille!    e mi rimetto a  nuotare. Riapro il file mi faccio spazio tra tutte quelle colonne, aggiungo dove avevo tolto e in 30 secondi ho rimediato all'errore, ma la figura resta barbina, gli reinvio la mail, mi risponde: Ok.- e io sono disfatta.
Porcatroia è l'una passata devo correre a casa.


Telefono, borsa, giaccone, berretto, guanti, borsa, chiavi. Vado.


mercoledì 8 febbraio 2012

La routine di Superkoars: inizio mattina Febbraio 2012.



Stamattina mi sono svegliata e ho realizzato che era lunedì, che non era sabato né domenica, quindi mi dovevo alzare. Ho evitato di pensare al freddo che faceva fuori dal letto e per questo motivo ho avuto un brivido mentre mi alzavo, che fuori fa un freddo cane da settimane. Ho dato un'occhiata dalla finestra e ho visto i tetti del quartiere blu, anche il rosso delle tegole ha assunto un colore livido, quasi violaceo.

Sono passata in cucina e poi ho svegliato Figlio e Figlia. Alle 7 e 40 mi sono piazzata in camera di Figlio a minacciare rappresaglie se non si alzava immediatamente.

- e sbrigati e dai e prendi il caffè, goccioli il latte, è tardi i calzini lo zaino il berretto la merenda il libretto la sciarpa lo zaino le scarpe da ginnastica sì ciao la merenda ciao, le chiavi la sciarpa hai rovesciato il latte sì ciao buona giornata, ricordati le chiavi,  è tardi, sì ci vediamo a pranzo ciaociaociaociao andate ciao!

 Il cane mi fa la posta mentre io seduta al tavolo faccio colazione e gira intorno a me scodinzolando. Gli do un pezzetto di biscotto mentre io mi imburro con cura la fetta biscottata e poi faccio gocciolare il miele di castagno disegnando arabeschi scuri. Ho sognato il Carro stanotte, che mi chiedeva di saldare il conto versandogli 20mila euro dei 30 mila che gli dovevo. Era scuro, rigido, per nulla friendly, non come nella foto di Facebook dove ti guarda e accenna a un sorriso rassicurante. Meno male che l'Eletta mi ha detto che eventualmente mi difende lei, meno male. Ma questa cosa mi turba.


 Prendo un savoiardo, lo spezzo e lo dò al cagnetto: lui lo prende delicatamente in bocca e se lo porta nella cuccia.
Magari è solo un sogno e non succede niente. Alzo lo schermo del computer, attendo qualche secondo che prenda la linea e scorro la pagina Facebook. Qualcuno mi ha scritto stanotte, tentando di chattare con me, ma io ero a letto a dormire. Leggo il messaggio, poi i post, un paio di commenti li trovo ogni mattina sulle cose che io ho scritto il giorno prima. L'icona di Skype lampeggia, io scorro velocemente da una finestra all'altra e saluto l'Eletta: due battute veloci, San Teodoro di Amasea oggi, patrono dei combattenti, mettiamo pure lui nella schiera dei santi dalla nostra parte? Mettiamolo, mettiamolo, mi dice lei e poi via, in doccia.

L'acqua non arriva calda subito, ma quando arriva scotta: miscelo e mi scaldo, che già mollare la camicia da notte è un atto di forza, ma sotto la doccia la vita prende sempre un'altra sfumatura.
Penso al blog, agli e-book, all'affiliazione, mi gaso un pochino, esco mi asciugo e mi vesto. Vestirsi è una cosa che non ho ancora studiato bene: mi mancano dei passaggi fondamentali che invece sono il pane quotidiano di tutte le altre donne. Mi manca credo un'organizzazione del tempo e degli abbinamenti -camicia/top- gonna/pantalone- calze/calzini - scarpe/stivali - gioielli/trucco - cappotto/berretto. Per non parlare delle sottigliezze che riguardano la biancheria intima, oppure la borsa, oppure il colore adatto delle unghie.



So che queste sono le categorie filosofiche su cui dovrei impegnarmi e già riconoscerle mi pare un passo in avanti: conosco anche gli abbinamenti di colore, e di abbigliamento, e di look adatto per chiunque, ma tutte le mie basi cognitive cozzano ogni mattina di fronte all'idea che quella da vestire sono io, il corpo da coprire è il mio, e i vestiti sono quelli e solo quelli che ho nell'armadio.
Questa realizzazione smonta tutto il mio entusiasmo per la vita, perché io al Lavoro Benedetto ci vado in bicicletta, l'armadio è pieno di stracci, sono in sovrappeso, le scarpe che mi piacciono non vanno bene per andare via in bici, la gonna stringe, le unghie sono orrende, il vestito è corto, e quello che mi piacerebbe non ha le scarpe giuste. Ripiego disgustata verso il solito abbigliamento low-cost low-profile, e infilo gli stivali comprati dal cinese (- saranno radioattivi- mi ha detto Figlio dopo che ha saputo che li ho pagati 12 euro ""doddici eulo solo pppe ttè,  tttu tanto cala pppe me, sempe gentile, io conosci da tanto, solo ppppe tttè"" potevo lasciarli lì?).

Aspetto che Ionohostata arrivi e le dico:- Perpiacere eh... no niente, va bene così.-

Lei mi guarda stupefatta con la stessa faccia con cui qualche giorno fa l'ho aspettata e le ho detto mentre io mi mettevo il giaccone e lei stava ferma, imbottita nel suo finto piumino blu di una taglia più piccola, la cintura ben stretta in vita, i seni grossi che tiravano la parte alta del giaccone spianando le cuciture, i capelli scuri sciolti ma pettinati con cura, le guance e le orecchie rosse per il freddo della mattina (e dove, dimmi dove cazzo hai messo il cappello e la sciarpa e i guanti che io ho comprato per te??? perché non li metti? Non vedi che freddo che patisci??? - ma taccio, prudentemente taccio), mi avvolgo i due metri di sciarpona comprata da H&M che sembra fatta a mano:
- hai sentito il terremoto?
- no, io no ho sentito.
Io prendo il berretto da norvegese in vacanza e mi lego i passanti sotto il mento, ben stretti:
- beh, ti fa paura?
- no, io no ho paura.
 Prendo i guanti, di lana grossa con le dita mozzate che vengono ricoperte da manopole foderate in tessuto tecnico, ne infilo prima uno e poi l'altro:
- Beh, ma sai cosa fare se viene il terremoto?
- sì, io so fare.
prendo la borsa, ci ficco dentro lo sguardo per vedere se le chiavi del garage sono dentro: siccome non le vedo mi palpo con le mani le tasche, quelle laterali, quelle interne,  mi palpeggio dappertutto, poi sbuffo e tolgo un guanto e mentre ficco la mano nella borsa dico:
- ah beh bene, perché qui c'è stato il terremoto poco fa.
- sì?
Tiro fuori le chiavi, le metto in tasca, tasto l'interno della borsa per sentire se ho messo dentro il cellulare, infilo ancora il guanto ma sento un'esitazione nella sua voce, un sì che sembra un pochino vacillare. Mi fermo e imbacuccata come sono la guardo diritta negli occhi e dico:
- e cosa fai se viene il terremoto?
Cazzo, il suo pensiero sale limpido, si sente impreparata, cerca dentro di sé una risposta, vedo che la sua sicurezza galleggia, dentro il giaccone è sudata ormai, perché non se lo toglie?
- ma tu sai cosa fare se viene il terremoto? Qui siamo al quinto piano...
E finalmente vedo che ha la risposta adatta per me, è felice che ha trovato la soluzione esatta, e trionfante mi dice:
- se viene io chiudo porta a chiave. Io sempre chiudo porta. Nessuno entra.

Oddio. Allora poso la borsa e ringrazio Dio che non ci sia una cinepresa a riprenderci, in due semideficienti coperte di piumini sintetici, io con la sciarpona di lana grossa, il berretto imbottito, i guanti a manopola, gli stivali radioattivi e lei lo stesso, una di fronte all'altra nell'entrata di casa mia. C'è di che fare una scena per Camera Caffè, indubbiamente.
- Ma tu sai che cosa è un terremoto?
Ionohostata è sconfitta: sperava di aver dato la risposta esatta e si accorge che ha sbagliato. Si morde il labbro inferiore e dimessa scuote la testa lievemente.
Io ho caldo, mi sa che sudo, eccheccazzo, possibile che lei non mi possa chiedere il significato di una parola che non conosce?
allora la guardo e le dico:
- Il terremoto, BUM BUM BUM-
e mentre lo dico allargo le mani davanti al mio viso e le faccio oscillare , parallele una di fronte all'altra, a destra e a sinistra, simulando i muri che oscillano, e poi, presa dal furor sacro dell'interpretazione alzo le braccia al cielo e scuoto le mani coperte dai guanti la punta delle manopole si toglie e oscilla mentre io vibro le mani e dal cielo le faccio scendere gridando:
- ebsbang e sbadatang! crolla tutto!!! Il terremoto capito ? questo è il terremmoooootoooo!!!
E la povera Ionohostata spalanca gli occhi, capisce finalmente, fa un passo indietro davanti a me che devo essere sembrata l'abominevole donna delle nevi e dice:
- oh.., teremoto, io so cosa è, io paura.



Ecco, così era stamattina Ionohostata, quando stavo per farle una serie di raccomandazioni e invece poi ci ho rinunciato. Ho salutato e sono scesa. I pochi metri da casa al garage sono sempre quelli più freddi: poi monto sulla bici e mi torna il buon umore. Non sento il freddo ma solo l'aria che mi pulisce il cervello e ho il mio momento poetico in cui mi perdo, da qui a lì da lì a qui, mentre guardo la mia città e penso, che la testa è come se si allargasse e diventasse ampia come il cielo.



Almeno di solito succede così, quando però, un po' per il gelo, un po' per dimenticanza mia, la bicicletta con la sua pedalata assistita desiste nell'aiuto e si impianta, la lucina rossa si abbatte e diventa lampeggiante e quasi arancione, un po' triste, e la pedalata diventa dura, sembra che la bici abbia le ruote calamitate verso terra e si sciolgano lì, mentre io cerco di salire Ponte Molino pedalando come su un tir. Arrivata in via Roma la mia circolazione sanguigna è ben movimentata, il fiato diventa pesante, il collo sudato e i polpastrelli delle mani si ghiacciano. Io muovo le dita e pedalo, sacramentando contro ogni pedone che mi costringe a frenare e a rimettere in  moto sto macigno di bicicletta blu. Ma alla fine stamattina sono arrivata al portone del Lavoro Benedetto, ho cercato di aprire la cerniera della borsa con le mani inguantate, ho cercato le chiavi, ho inserito la chiave lunga nel portone e ho girato. Peccato che il portone fosse chiuso da dentro.
Allora ho suonato il campanello e il Fajano Giovine da dentro il cortile mi ha urlato:
- chi è?
- oh Fajano, sono io! Il portone è chiuso...
- oh, è chiuso?
Ecco, ci sono volte in cui vorrei che le mie gambe si potessero allungare come quelle di uno dei Fantastici 4 per poter oltrepassare con la metà superiore del mio corpo il portone, avvicinare la mia faccia ghiacciata alla sua e urlargli:
- MA CHE CAZZO DI DOMANDE FAI???
Invece, anche perché passava una signora anziana lì vicino che mi ha guardato con disprezzo pensando che forse, visto come ero bardata, quella fosse l'entrata posteriore di una cucina popolare, ho detto:

- Fajanino il portone è chiuso...
E lui, dall'alto del terrazzo, così come io so che fa, con il suo berrettino di lana, l'anda scattante, il sorriso sempre pronto anceh quando sposta scatoloni, volonteroso nel darsi da fare ma sempre così sbadato, mi ha urlato:
- ah, Superkoars, il portone è chiuso!

Io ho taciuto. Ho giuardato il portone chiuso davanti a me, la serratura vecchiotta e quel bel cartello con su scritto: per qualunque necessità rivolgersi al Negozio- che trovo sempre confortante perché, voglio dire, uno può sempre trovarsi in una necessità e l'idea che io possa sempre suonare al Negozio mi conforta ogni mattina, ma stamattina no, e qualcosa mi deve essere montato dentro che il Fajano Giovine ha sentito dal mio silenzio per cui ha cominciato a gridare in fretta da dietro iI portone:
- Non c'è Tino, non c'è Anna, non c'è Marco, manca la corrente, c'è la neve, fa freddo, non ho le chiavi, Dio che freddo, parcheggia fuori due minutini, scendo dopo e ti aiuto io, che manca Tino, manca la Anna non ho le chiavi, mamma mia manca la corrente, oddio COME FACCIO???
- Non ti preoccupare ! parcheggio qui fuori!
e ho girato la mia pesantissima bicicletta blu, schivato la signora altezzosa, e mentre il Fajano giovane continuava a darmi indicazioni su come mi avrebbe aiutato dopo lui, io sono andata sotto il portico e ho parcheggiato la mia bella bicicletta blu lì, legata a un palo. Mentre la legavo il vento si è messo in orizzontale e ha cominciato a tagliare con lame affilate che partivano da lontano sotto il portico e arrivavano fino alla mia faccia mentre il collo, soffocato dalla sciarpa, era sudato. é stato lì che mi sono accorta che lo zelante proprietario del locale vicino a noi aveva messo fuori i tavoli, li aveva corredati du 4 sedie ciascuna, ci aveva fatto mettere la tovaglietta marrone, il posacenere perché non volasse via e il portatovagliolini.
Mi sono domandata se qualche pazzo c'è che veramente si siede all'ombra di un porticato alle 9 e 20 di una mattina di febbraio dell'anno 2012, con una temperatura di circa 6 gradi, sotto zero d'intende.
é lunedì mattina e sono solo le 9 e 20. Veramente se io potessi me ne tornerei a casa. Ma l'idea di rifare la strada al freddo, senza batteria per arrivare a casa e trovare Ionohostata mi fa ripensare alla mia vita: stacco la batteria della bici e mi volto per arrivare al portoncino. Da qui a lì ci sono 5 metri.
Peccato che in mezzo ci sia la Femmina Alfa 1 che si fuma una sigaretta.