Rose Extase e il potere.

 
io entravo lui usciva. Io correvo lui camminava. Io avevo i pacchetti in mano e il rossetto rosso nuovo di Dior sulle labbra; lui una gran pancia, l'aria pensosa, gli occhi accigliati.
- toh!
gli ho detto io, ho esitato quel tanto che mi è bastato per decidere se fermarmi o andare avanti, e poi gli ho detto:
- ma guarda un po'.
Lui mi ha sorriso, sorpreso e ha esitato per un attimo sulla soglia della felicità, quel tanto che  gli è bastato per fare un tuffo lieve in un mondo di zucchero e canditi.
- Che bella che sei.

Mi ha detto così, ha sospirato, e io l'ho preso sotto braccio e l'ho portato sulla fila delle seggioline. Ci siamo seduti lì, io e lui e i miei pacchetti sotto braccio.  Intimissimi, Erboristeria Derbe, Profumerie Douglas. Abbiamo taciuto, poco, un poco immersi in chissà quali pensieri, io l'ho ascoltato in silenzio e lui in silenzio ha parlato. Gli ho detto:
- come va?
Lui non mi ha risposto. La pancia grossa, le borse sotto gli occhi, lo sguardo non più lucido. Me ne frego, ho pensato, e gli ho sparato subito la domanda:
- quando ti deciderai di lasciare tua moglie?

Un guizzo, come una impennata, un inutile tentativo di difesa, poi un'abbandono generale, basta guerre, chisenefrega, nella sua mente un desiderio di non fingere più. Nemmeno mi ha chiesto come facevo a saperlo, non avrei saputo che rispondere.
- ah, Superkoars, per fare che? lasciare una rompicoglioni per un'altra rompicoglioni? 

Mi sono stupita per la facilità con cui ha gettato le armi nel prato della nostra amicizia. Non parla mai con nessuno lui, lo so. Troppo potente.
- ma che fai adesso?
- sono in pensione.
- ma quanti anni hai?
- 60. Mi avevano tolto tutti i benefit. Mi hanno fatto una proposta. Ora sono in pensione.
- spero che tu abbia qualche buona idea in mente.

Mi ha guardato. Eccome se ne ho di buone idee, ha pensato. Ma io ho visto che mentiva.

Ha cominciato a parlare: io guardavo la sua camicia, bianca a righine blu, sfatta perché fa caldo, perché lui è grasso, perché si sente vecchio, e la camicia raccoglie quello che lui è dentro. Mi racconta del lavoro, di quello che ha appena fatto, di quello che farà. Mi parla di cifre da capogiro, di quanto guadagnava, che io nemmeno in una vita guadagnerò quello che lui prendeva in un anno. Mi ricorda il frutto di un melograno, spaccato a metà ma in maniera irregolare, con i semi che escono e bagnano, punti rossi protetti in una gelatina trasparente, invitanti ma in realtà asprigni solo che fanno disordine, sembra un frutto sboconcellato, un melograno che non si può offrire agli ospiti.

Mi viene un moto di rivolta: mi rendo conto che è il sistema sbagliato, che lui fa parte di una generazione che ha mangiato tutto quello che poteva mangiare. Se siamo in questa situazione lo dobbiamo anche a lui e al sistema che gli ha permesso di approfittarne. Lui ne ha approfittato. Ma nel grande e nel piccolo, chiunque di noi ha potuto, tutti ne abbiamo approfittato. Solo che adesso paghiamo tutti. Lui parla: fa scivolare i chicchi bellissimi sul pavimento davanti a noi, ma io vedo solo lo scempio di un frutto aperto. 

Lui tace, io dico:
- ah, ho saputo che hai fatto una festa. Non mi hai invitato. Mi dispiace per voi, perché sai, siete stati tu e tua moglie a fare una figura di merda.
Il colpo è talmente basso e dato in un momento di debolezza in cui lui mi aveva prestato il fianco: lo so, lo so, ma è la verità quella che dico, e mentre lui si raddrizza sulla sedia e cerca di ricordarsi della festa, vedo che  ricostruisce nella sua mente che ne aveva discusso con la moglie dell'opportunità di invitarmi o meno, ma legato al mio nome c'erano delle questioni diciamo "politiche" che se invitava me doveva invitare anche un'altra persona, e perciò avrebbe dovuto escludere quella che a lui stava più a cuore, o la più potente, o la più utile, e naturalemtne un uomo potente esclude i più deboli. 

Lo vedo e lo sento quello che pensa, non mi interessa, lo guardo, sorrido, e aggiungo:
- perché sai, è a me che mi hanno telefonato per sapere  perché io non ero venuta, non a te. E siccome me lo hanno chiesto, ho detto che voi non mi avete invitata.

Lui è uomo potente, lo vedo ferito ma si riprende subito, una corazza dura che nasconde semi molli, si scusa,
- sai, quando si fanno delle feste ci si dimentica sempre di qualcuno
e la difesa è inutile, lui lo sa, io pure, io sorrido, non mi interessa gli dico, è acqua passata, magnanima come sono adesso che ho la vendetta in tasca, che poi la verità è sempre la verità, lui mi guarda e ride, ancora un tratto di riso in un mondo di canditi, poi ritorna alla tristezza del presente.

- sei forte, non farti affossare dalla pensione, non farti uccidere.
Lui tace, imperscrutabile guerriero abituato ad attacchi continui.
- ce l'avessi io un amante come te.
Non ride.
- Pensaci. Potresti fare qualunque cosa. Un'attività commerciale, uno studio, qualcosa. Non lasciare che la vita abbia il sopravvento. Ci sono dei motivi se sono successe delle cose.
Raccoglie l'idea, uno scenario nuovo, gli occhi gli si posano sulle mani che sono in grembo. L'intensità del pensiero arriva fino a me: come mai una cosa così semplice non gli era passata per la testa? 

Poi parliamo di cose, le cose altre della vita, che quelle importanti me le ha già dette. Sta cercando di capire come diavolo ho fatto a scoprirlo e colpirlo così facilmente. Francamente non lo so nemmeno io.
Poi si alza, improvviso, una mole di uomo.
- Ora vado. Comunque è deciso: ti invito a cena. Te, e gli altri. Tutti. Sai che me ne frega a me.
E' potente, sicuro, una valanga di sicurezza data da una valanga di soldi, gente che striscia, favori da fare e da rendere.
- Va bene, una cena gratis va sempre bene.
Mi prende la mano tra le sue.
- Allora ci penso. Ci penso a quello che mi hai detto. Se mi viene qualche buona idea ti chiamo e ti passo un contratto di lavoro.
Io sono seduta. Non lo voglio il contratto, penso. Non saprei come gestirlo in mezzo a sto casino. Mi alzo.
- Ma certo, chiama quando vuoi.
Tanto so già che non chiamerà.
Ci salutiamo e ognuno riprende la propria strada.

Capisce, signora mia, capisce gli uomini. Quelli che hanno raggiunto i vertici del potere, quelli che siedono su troni d'oro e montagne di danaro liquido. Quelli che pensano sia solo merito loro quello che hanno.  Quelli che passano la notte a scrivere i numeri sul quadernino, poi prendono qualche  contante e lo passano di nascosto come mancia alle segretarie, perché così possono sentirsi generosi. Quelli che lasciano le mance alle cameriere. Quelli che bevono solo le bottiglie migliori. Sono loro che poi vengono da me a chiedermi parole di conforto. E idee. Buone idee.
Lo so che non chiamerà mai. Fanno così gli uomini che conosco io. Non pagano niente per il lavoro che faccio io. Il lavoro che faccio io passa sottile nella trama delle cose più importanti. E' da una vita che io faccio le cose invisibili. Provi lei, signora mia a chiedere al Talebano, chieda al Talebano se si ricorda delle cose che ho fatto per lui. Le dirà, come ha detto a me, che io per il suo lavoro non ho fatto nulla. Chieda alla Femmina Alfa che cosa faccio io: non è chiaro, sfuggo agli schemi (-ma hai risposto a Londra mentre eri a casa? Sei impazzita? Io manco se mi pagano, ah no, io fuori dall'orario di lavoro non lo faccio, non devi farlo nemmeno tu- -Io lo faccio, non sono capace di non rispondere al telefono, a volte non rispondo alla Zarina, ma per il resto io rispondo sempre, non tollero il silenzio e gli squilli a vuoto. E poi, qui, con Londra, fa parte del mio lavoro- La Femmina Alfa ha taciuto, la testa bassa a scrivere numeri, è già presa da altro, ma chissà cosa pensa lei del mio lavoro). 

Lui non mi chiamerà mai. Ci sono centinaia di creatori di siti, comunicatori di notizie, uffici stampa, uffici pubbliche relazioni: gente che lavora su altri piani rispetto al mio. Gente figa. Gente che va a vestirsi nel Negozio. Insomma signora mia, così io lo guardavo ieri, e ho voluto raccontarle questa storia, signora mia, perché trovo sottile ma continuo il legame tra questi uomini di cui le parlo in questi mesi. Non lo voglio un uomo così io, ma altri non ne vedo.  Così tristi, signora mia, così vecchi e inutilmente soli, accanto a mogli che non amano, avvolti in pance grasse, sessualmente inerti durante il giorno, chissà la notte che fanno loro, chissà.
Perché gli uomini si devono ridurre così, mi domando io, perché.
Poi, signora mia, ho schiacciato il pulsante dell'ascensore.
Mentre le porte si aprivano ho sentito un richiamo.
- Superkoars!
Mi sono voltata: era lì, davanti a me, grazie, mi ha detto, grazie di tutto.
Io gli ho allacciato le braccia al collo e gli ho stampato un bacio rosso di rossetto sulla guancia destra.
- Così adesso vediamo la reazione di tua moglie a vedere sto bacio sulla guancia. Tanto le puoi dire la verità: le dici che te l'ho dato io.
Si è allontanato trionfante con le mie labbra rosse stampate sulla guancia.

Dior, 759, Rose Extase, € 32.50. 
Una pazzia, lo so.

Olè.

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