Il tempo d'un battito d'ali



 sono entrata nella stanza in velocità, alle spalle una giornata densa di cose e di pensieri, la fiera, il pannello, gli abiti che arrivano e quelli che vanno, biglietti da visita, scarpe, libri da comprare, l'astuccio le penne il compasso, papà che lo mandano a casa, la Francia la Spagna l'Inghilterra, i pacchi dalla Svizzera sono un casino, la lista dei marchi la penna ottica, come "lo mandano a casa"? costi ricavi condizioni di vendita, mamma posso andare a casa da Isa? i biglietti sono sbagliati, il sito la foto il testo della vision, la Femmina Alfa 1, la prenotazione il file di excel, la Femmina Alfa 2, le buste i francobolli, no, hanno cambiato idea lo ricoverano a Villa Maria.
Così sono andata a Villa Maria: ho pedalato al caldo di questo settembre caldo, ho parcheggiato sotto gli alberi assalita dalle zanzare, ascensore angusto, odore di malattia, salgo, due corridoi, uno di qua e uno di là, dove vado? vado di là, domando, c'è penombra e silenzio, arrivo e trovo il papà che dorme e la Zarina seduta. La stanza è piccola, bianca e nitida, due letti affiancati, in quello sotto la finestra quadrata c'è il papà, dorme lungo disteso, in quello vicino c'è un signore ranicchiato, di lui si vede solo la testa tonda, i pochi capelli bianchi, gli occhi infossati e scuri. Mi segue con lo sguardo attento, pare che non abbia corpo ma solo la testa, lo guardo, faccio un mezzo sorriso, "è moribondo, ci hanno messo con un moribondo" mi sussurra scandalizzata la Zarina, ma alzo le spalle e mi siedo vicino a lei a chiacchierare, per capire e per sapere, "accidenti, avrà duecento anni sto signore qui!" le sussurro io all'orecchio.
Il vecchietto mi fissa e questo mi mette un poco a disagio: cosa c'ha da guardare, mi dico, e lo guardo pure io, occhi negli occhi, diretti, lui sostiene il mio sguardo io il suo, poi mi volto, che mi mette a disagio e non so perché, un uomo così vecchio che potrebbe avere  davvero100 anni, ha solo due denti, due ossi lunghi e solitari nella parte sinistra della bocca, il resto è una gengiva nuda in una testa tonda. 
Dopo un poco papà si sveglia, ha sete e la Zarina si alza lesta per dargli da bere. Il vecchio segue tutti i nostri movimenti, ma papà fa fatica a mettersi seduto e non riesce a bere dal bicchiere. Io mi guardo in giro e sull'unico tavolino che abbiamo nella stanza c'è un angolo ordinato dove sono messi tovaglioli di carta, bicchieri di carta, un pacco di biscotti, dei cioccolatini chiusi in un sacchetto, un pacco con 500 cannucce. Mentre io faccio mentalmente l'inventario il vecchietto si agita, come se mi avesse letto nel pensiero. Sento che borbotta suona inarticolati, ma faccio finta di niente io, mi volto verso la Zarina e dico a voce alta:
- potrei prendere una cannuccia... -  
Il vecchietto mugula, alza un poco il braccio destro che era sprofondato nel lenzuolo e che prima non avevo notato: il vasetto trasparente della flebo dondola lievemente là in alto sul palo. 
- Sei matta? Non si può, non è mica roba nostra!-
mi dice la Zarina e intanto cerca di far bere il papà. Cazzate, penso io. Prendo il pacco delle cannucce, lo maneggio leggermente e vedo che è aperto, e lesta ne estraggo una, poi lo ripongo al suo posto, e mi avvicino alla Zarina e le do la cannuccia. Il vecchio si agita, ora muove anche l'altro braccio, e io mi avvicino al suo letto, che non ne posso più di difficoltà e ostacoli inesistenti, voglio la vita facile cheafiga, sta a vedere che adesso non possiamo darci una mano in questa stanza di ospedale, porca puttana, basta solo spiegargli cosa ho fatto e gli dico:
-Ok, senta, ho preso una sua cannuccia senza chiederle il permesso, ce ne saranno 500 dentro il pacchetto, se vuole domani gliene porto un pacco nuovo, a me ne serviva una sola.-
Il mio tono non ammette repliche, ho preso molto sul serio sta faccenda delle cannucce, che non è che io sono una ladra e voglio che lui lo abbia bene chiaro in mente, che non è che perché è malato non è in grado di capire, eccome se capisce ecco perché io gli spiego delle cannucce, che tanto non è che possa alzarsi e andare a lamentarsi, ma almeno adesso lo sa che io non rubo; lui è mal messo che nemmeno riesce a parlare, fa un piccolo sospiro e abbassa il braccio. Non me ne frega un cazzo. Il papà beve. Poi mi rimetto seduta. E io e lui ci scambiamo lunghe occhiate.
- non sta bene che tu lo fissi così
- ma che dici... eppoi è lui che fissa me...
- gli hai pure rubato la cannuccia.
- Senti, ce ne sono 500 dentro lì, era un'emergenza, domani ne compro due pacchi di sti cazzi di cannucce
- ah, Signor Benedetto, dove siamo capitate... me la vedo brutta. E comunque hai un linguaggio che non mi piace.
Poi lui si assopisce e io e la Zarina riprendiamo le chiacchiere sommesse. O meglio lei chiacchiera e io ascolto. Dopo  un po' il vecchio si sveglia di soprassalto. Mi guarda e farfuglia. Poi solleva il dito indice della mano destra, e sempre facendo ondeggiare la boccia della flebo mi indica qualcosa sul tavolo. La Zarina lo guarda e mi dice:
- mi hanno detto che stanotte ha fatto il diavolo a quattro. Non si capisce niente di quello che dice e di quello che vuole. Ah, povero papà come siamo capitati.
Il vecchio si agita. Alza il tono della voce ma non riesce ad articolare le parole. Io lo guardo e cerco di capire cosa indica. é qualcosa sul tavolo. Ma su quel punto del tavolo non c'è nulla.
- mi dica, cosa c'è?
dico io, che mi secca che lui mi fissi e io non riesca a capire che diavolo vuole. Ho già le palle girate per conto mio.
- Ehhhh eehh eh è.
borbotta lui e fa un cenno con la mano sul nulla che c'è sul tavolo. Indica e poi scuote la mano verso destra, come se volesse gettare via qualcosa.
- Dove? qui?
dico io a voce alta, e sotto gli occhi attoniti della Zarina, sollevo il nulla dal tavolo.
- Sì
Mi risponde seccato il vecchio, come se l'imbecille fossi io e finalmente avessi capito.
- ok, adesso lo tolgo.
E ho fatto il gesto di metterlo sotto il tavolo.
Lui ha fatto cenno di sì con il capo. Poi ci ha ripensato un poco, mi ha guardato e con lo sguardo è andato al pacco delle cannucce. Ed ha emesso un suono.
- ah no eh? le ho detto che era una cannuccia sola, ce ne sono 500 dentro qui e domani le porto un pacco nuovo, ok?
la Zarina comincia a ridere,
- ma poveretto..., non avrà mai più il coraggio di chiederti nulla.
- ma dai, non facciamo tante storie per una cannuccia.
E poi è arrivato Moreno, e poi Clelia, e poi Mario che è marito di Clelia. Il terzo fratello no, che non ce la fa, non riesce ad entrare in ospedale, e così non ne ho saputo il nome.
- Mi scusi sa, ma ho preso una cannuccia e suo papà non era per niente contento.
Così ho detto io al figlio, e intanto guardavo il vecchietto con aria di sfida: il messaggio chiaro era che io non rubo, guarda, l'ho detto pure ai tuoi figli, visto? Lui mi guarda ed è evidente che se potesse mi tirerebbe il collo.
- ah ma signora, lei può prendere tutte le cannucce che vuole, e il tovagliolo anche, sa, non dia retta a papà, eh che vuole, a volte sa si fissa su alcune cose... eh non si preoccupi.
Io guardo il vecchio e mi prende un senso cupo, sono più spinta verso di lui che verso mio padre, ma ora è tardi, vado via, saluto tutti e poi, per ripicca, mi avvicino al letto del vecchietto e gli dico:
- buonanotte ci vediamo domani!
e il vecchietto si rianima dal suo torpore, alza il braccio destro e lo scuote come per mandarmi via, e io rido, che la figlia si scandalizza e dice:
- ma papà, ma si tratta così una persona tanto gentile? Si saluta papà, si dice buonasera.
Il vecchio guarda seccato la figlia, è chiaro che se potesse strozzerebbe pure lei. Ma non può. Il genero controlla la flebo, sprimaccia il cuscino, gli parla a voce alta:
- e allora Galiano, come 'ndemoi oggi?
Il vecchio si lascia fare, tanto non toglie gli occhi dai miei che sono in piedi ai piedi del suo letto.
Sto per andare via, è tardi, fa caldo, non so chi sia questa persona, ma è seccato con me, non mi va, che nemmeno può alzarsi e sgridarmi, e allora, mentre mi aggiusto la borsa sulla spalla, e sistemo gli occhiali da sole sulla testa, e controllo se ho messo il cellulare in borsa, e prendo le chiavi della bici (quella della catena, quella del motorino elettrico, quella del fermo aggiuntivo) gli dico:
- non gliele rubo più le cannucce, ne ho presa una sola, domani gliela restituisco, ok? Adesso la saluto che vado a casa.
Lui mi guarda greve, fa un gesto lieve con la mano, un gesto regale con cui mi licenzia, io mi guardo in giro, docile eseguo l'ordine ed esco dalla camera.
Mi sono già legata a lui.

                                                *   *   *
Torno il giorno dopo, che già la Zarina mi ha chiamato all'alba delle 8 (sempre alle 8 del mattino, il momento clou della mattina, non c'è niente da fare...) e già mi ha raccontato che il vecchietto si è alzato stanotte, è sceso dal letto ed è andato in bagno e poi è caduto, e poi ... e via di racconti e dettagli e io devo andare al Lavoro Benedetto, ma tu pensa sti anziani che non se ne sanno stare a letto penso io, che sono così brava a pensare io, come si fa ad alzarsi e scavalcare le sbarre, mi dico, io che so tante cose, le dico sì ok vado ciao, e dopo il Lavoro Benedetto pedalo e vado a Villa Maria. Lego la bici, entro nell'ascensore angusto, mi incammino veloce verso la stanza entro e trovo papà a letto, tutto felice di vedermi come se io fossi il messaggero della buona novella e mi viene da pensare che forse esiste, da qualche parte nella mente la possibilità di redimersi per gli errori fatti in passato, e naturalmente penso agli errori di mio padre nei miei confronti, che i miei nei suoi non valgono, io ero una ragazzina lui era un adulto, dove eri papà quando avevo bisogno io?  Che brava che sono a pensare io, davvero.
Ma arrivo, mi siedo, parlo e racconto, dell'ufficio, dei ragazzi, Figlio ha preso 7 in filosofia oggi, su Marsilio da Padova, e il concetto di legge sopra lo Stato (che non esiste uno stato al di sopra della legge mamma, altrimenti non è legge, capisci?) e intanto nel letto vicino si avvicendano Clelia e anche Mario che è il marito di Clelia, e Mario parla a Galliano, e dai e forza, e adesso andiamo a fare un giro, e Clelia si spaventa, che dici Mario?  ma sì tranquilla (anzi no, ha detto: ma sì, sta cheta...) e avvicinano la sedia a rotelle, e Galliano forza, metta le braccia attorno al mio collo su (anzi no, ha detto: Galiaaaano, forsa, el ga da brazarme, el me prenda par el collo Galiano, eco cusì, varda che bravo, eh co che se trata de ciaparme par el colo eh?) e Galliano si aggrappa al collo, le lenzuola scivolano giù, le gambe sono carne bianchissima, muscoli che si staccano dalle ossa e penzolano trattenuti dalla pelle, una pelle candida, e Clelia prende il pigiama e lesta gli infila i pantaloni, io guardo da un'altra parte ma invece vedo tutto, e poi lo siedono sulla sedia a rotelle dopo che l'hanno ben ricoperta e foderata di cuscini, e finalmente Galliano è lì, e la figlia gli pone sulle spalle la maglietta del pigiama e discute con il marito (- cossa feto? - ghe meto la maja- ma no, assa star che nol te vedi chel fa fatica? - papà nol va in giro in majeta da soto- e con cura gli posa per bene la maglia del pigiama sulle spalle, le maniche vengono raccolte intorno al collo, il colletto viene ben esposto, e Galliano pare un re, con la sua testa tonda e quell'aria di sfida con cui mi guarda, gli sto antipatica mi pare di capire, vabeh, sai che cosa me ne frega a me, che ho la vita piena zeppa di gente a cui sto antipatica, io li guardo e loro partono, vanno a fare il giro nei corridoi, tutte e tre insieme, Mario con i suoi bellissimi capelli lisci e candidi, gli occhi azzurri, il sorriso franco e mite, Clelia con la gonna sotto le ginocchia, le scarpe aperte dietro e davanti, la maglietta bella stirata lunga fin sopra la pancia, una crocchia di capelli raccolti sulla nuca e fermati con una serie di forcine, il viso pulito, senza trucco e senza rughe, un po' preoccupata per questo giro in sedia rotelle, e affianca il padre tenendogli la mano sulle spalle, che non gli mettono la cinghia, - ma guardate che magari cade, c'è la cintura di sicurezza- dico io che non mi faccio mai gli affari miei, io che so tante cose, io che vedo le cose che gli altri non vedono che magari loro non sanno, e mentre loro fanno dolcemente roteare la sedia a rotelle verso l'uscita mi dicono.- ah no, no no, non si può- ed escono, che Galliano mi fulmina e io penso tra me e me che non imparerò mai a farmi gli affari miei e mi volto verso mio padre, che sta già meglio, sa dove è, e mi dice candido:
- ma senti un po', ma lo sai che questa cosa qui, questa... come si chiama? - e accenna a una canula che esce da sotto le coperte.
- il catetere?
-ecco, lo sai che è un'invenzione grande? ti toglie dall'impiccio di doverti alzare in continuazione. Veramente una invenzione straordinaria.
e a me fa ridere, dovrei rotolare per terra e piangere e strapparmi tutti i capelli se penso a tutte le cose di cui sono senza, ma invece rido, che l'idea che il catetere sia una gran invenzione è una grande idea. Poi tornano, mi alzo, farlo ritornare a letto è ancora un'impresa, io mi avvicino e prendo la sedia a rotelle da dietro, loro lo alzano e io la sfilo, la figlia lo prende da sotto, il genero da sopra, e lo mettono a sedere sul letto, e Galliano mi guarda, fisso negli occhi, che mi mette a disagio, non capisco cosa vuole, non capisco, io gli sorrido, arriva la cena, io prendo il vassoio e apparecchio sul letto per mio papà, loro guardano sconfortati il cibo, papà varda, ma Galliano serra le labbra racchiudendo i due denti che spuntano a sinistra come torri solitarie e li nasconde, e fa no con la testa, le mani un po' gonfie le tiene chiuse a pugno, naa, dice e volta il capo verso il muro, e la figlia lo guarda e poi si volta verso di me, e io davvero non so che fare, non c'è nulla che io potrei fare, ma poi arriva Moreno e loro si fanno da parte, e Moreno, con passo morbido e ancheggiante, la fede all'anulare, la testa che pare tonsata se non fosse che la fronte è scoperta, riesce a fare mangiare il padre, qualcosa almeno, e però galliano non vuole bere l'acqua, e io che raccolgo lo sguardo di Moreno gli dico:- volendo qui c'è del the- e Moreno lo prende e gli da il the e Galliano lo beve a piccoli sorsi mentre mi fissa, mi inquieta questo suo fissarmi, e Clelia mi parla e mi dice che la notte passata non si sa come il padre si è alzato dal letto, è riuscito a scavalcare le sbarre, ha camminato fino al bagno a piedi nudi, poi in bagno è caduto, lo ha trovato l'infermiera dopo non si sa quanto, e lo hanno preso di peso e rimesso a letto, e non c'è niente da fare, lui fa così, lo sappiamo.
e domando io:- ma perchè lo fa?
La figlia si torce le mani e sorride, Galliano mi guarda fisso mentre sorseggia lentamente un poco di the, Moreno non dice niente, Mario mi si avvicina e sottovoce mi racconta.
- Aveva 22 anni quando sono passati i tedeschi e lo hanno caricato su, senza motivo. Lo hanno messo nel treno. Lo hanno portato a Dacau. Ha passato 11 mesi a Dacau. Poi sono arrivati gli americano e lo hanno liberato. ma ci ha messo 15 giorni per tornare a casa. Quando è arrivato a casa pesava 36 chili.
A me mi cade il mondo. Mi si sgretola davanti agli occhi il mio piccolo mondo fatto di cose "senza" (senza soldi nel conto, senza automobile, senza contratto, senza il deficiente a cui ho dedicato tutte le mie energie migliori, senza J, senza Semprequello, senza una taglia 40, senza senza senza) e Galliano che secondo me ha sentito e mi fissa, e adesso capisco, e vedo e sento, e capisco perché non mettono la cintura quando va sulla sedia a rotelle, e capisco perché ogni persona che entra in stsnza è un potenziale assassino, nemico, torturatore, e vedo che non bastano gli anni passati per cancellare l'orrore, che i figli mi dicono 11 mesi, che non è un anno,\ma sono undici mesi, sono giornate e nottate senza sapere come andrà domani, sono le ore che passi e i minuti e i secondi e non c'è futuro, non c'è spazio di miglioramento che tutto intorno è putrefazione e sporco e incomprensibili rumori, e io sento che si muove dentro di me qualcosa, un profondo dolore mi sale, dopo mesi di anestesia, e guardo Galliano e non mi inquieta più ma sostengo lo sguardo, sono un lago limpido per te Galliano, specchiati nei miei occhi che io ti so accogliere.
Il giorno dopo ho fatto il pane, che so che a mio papà piace tanto, e sebbene sia domenica, fa caldo, ho un m,milione di cose da fare a casa, io faccio il pane, con la farina di semola rimacinata comprata dal fornaio, con l'olio buono del contadino ligure, il sale grosso della Camargue, gli faccio fare una doppia lievitazione, poi lo prendo e gli do la forma e poi lo metto nel forno caldo, e una parte lo affetto, lo avvolgo nel tovagliolo di lino grosso, lo metto nel barattolo e lo porto in ospedale. Lo offro a mio padre che ne mangiucchia un pezzo e poi con aria stanca lo mette da parte, ne offro una parte anche ai miei vicini, e dico:
-Galliano, ne vuole un pezzo?
Mi guarda intenso e dice sì, con la testa, un sì deciso, e Clelia si anima, e lui mangia il pane, che lo tiene in mano e poi da solo se lo porta alla bocca e mangia, dopo almeno due giorni di digiuno mangia il pezzetto di pane che gli ho portato io, e alla figlia pare un miracolo,  e poi mi raccontano, nei giorni, di Galliano, che loro nulla sanno di quello che successe in quegli undici mesi, ma lui non andò mai più da un dottore (Dacau, Dacau nella mia mente, esperimenti umani, Dacau, quale nome peggiore di questo?), e io entro in camera e Galliano mi saluta con un solenne cenno del capo, e gli offriamo un bicchierino di vino, e quando arrivò nessuno lo riconosceva sa, che 15 giorni di viaggio ci ha messo che nessuno lo ha portato qui, così come era così è arrivato a casa, e poi nostra madre lo ha tanto amato, sa, lo viziava tanto, e un uomo lavoratore come lui nessuno lo ha mai visto, che sapeva spalare per ore, e scavare per giorni, e che lavoro faceva? tutti, li ha fatti tutti, e ancora nell'orto, e poi il muratore, e poi il pintòr, una tempra doveva vederlo, una tempra, andava in bicicletta da solo fino a qualche mese fa, due anni fa è morta nostra madre, e da quel momento lui non si è più ripreso, noi non siamo stati capaci di viziarlo come faceva lei, papà ci ha sempre così amato, un carattere forte che ha sempre ottenuto quello che voleva, da quando è mancata la mamma però...

Un pomeriggio sono andata da papà portando con me un libro che ho comprato su una bancarella e che mi servirà per il mio nuovo blog. é un libro sul Salone, edito circa 20 anni fa, con tante foto di persone che animano il mercato, compresa quella di Leone, il gigante che da sempre portava a casa nostra la spesa che la mamma faceva due volte alla settimana. Leone si chiamava e io non ho mai più visto un gigante simile in vita mia. Sfogliando il libro l'ho trovato e così sono arrivata in camera, papà buttato sul letto in preda alla depressione (sono arrivato alla fine, ah non riesco a uscire da qui, non capisco che ci sto a fare qui) e Galliano più seccato che triste, intenzionato a non mangiare e a non bere, che allontanava con un gesto stizzito della mano chiunque cercasse di fargli bere qualcosa, tranne, a volte, Moreno. I figli giravano intorno a lui come api operose, aggiustando i cuscini, alzando lo schienale, abbassando i piedi, massagiando, pettinando, facendo la barba con una bacinella di acqua tiepidina, un panno umido, un rasoio e un buon profumo di sapone. Ma Galliano ostinatamente taceva, potendo teneva gli occhi chiusi, i pugni delle mani un po' gonfie, i due denti che spuntavano dalla gengiva inferiore.
- Guardi Galliano, guardi un po' qui.
e dall'altro capo della stanza ho aperto il libro, e sia lui che mio papà hanno voltato la testa verso di me e lo sguardo attento, ho catturato l'attenzione, e ho cominciato a mostrare il libro, la loro città, la loro piazza, la mia, la nostra gente, la vita vera, non quello che c'è là dentro, ma la vita vera quella che è fuori, il casino e le verdure, e Galliano ha alzato una mano e ha riso che quasi quasi la figlia si metteva a piangere per l'emozione, - dì grassie papà, alla signora che è tanto gentile-
e lui gettava la mano destra per mandarla via, come se seminasse il campo, e la figlia sorrideva, e guardava anche lei le pagine che io sfogliavo, e poi però si sono stancati, e ho rimesso giù il libro, vicino al letto del papà e ho capito che con Galliano avevo fatto pace.
e quando stavo per uscire, mi sono fermata ai piedi del suo letto, e come tutte le sere gli ho detto:
- allora buona sera Galliano
e lui mi ha guardato divertito, che lo guardavo divertita pure io mentre lui faceva il solito gesto per "licenziarmi" e permettermi di andare via, - saluta papà, saluta la signora...
- dai, vado via , a domani eh? Buonasera!
e Galliano ci ha sorpreso, e con voce tonante ha esclamato:
- Ciao ciao!
e ci siamo guardati tutti, stupiti di stupore, sollevati nel cuore, che mio papà si è messo a ridere,
- toh, il nonno si è svegliato!
che non c'era verso che lo chiamasse per nome, ma per giorni lo ha chiamato solo il nonno e a volte il nonnetto
la mattina dopo, mentre la Zarina usciva dalla stanza lui la salutò:
-ciao Mamma!
e lei ne fu contenta.
                                                                           *  *  *

hanno cambiato mio padre di camera, e nell'andare da lui sono passata a salutare Galliano. era grigio, dormiva sedato dai medicinali per non farlo soffrire. Il corpo pareva risucchiato verso l'interno, le sopracciglia ingrossate, la testa rimpicciolita, le mani sempre più gonfie. Dormiva.
- come va?
ho sussurrato
Mario ha alzato le mani verso il cielo:
-Aspettiamo
Sono tornata il giorno dopo. Di corsa, affannata, che era tardi, i ragazzi a casa, il frigo vuoto, la bici fuori, sono corsa e passata da lui. Sono entrata in velocità e mi sono schiantata contro il letto vuoto. Ma vuoto vuoto. Le lenzuola fresche, il comodino vuoto. Nel letto di fianco al suo un nuovo malato. Nel mio cuore, sì, proprio nel mio cuore, l'idea che lo avessero spostato di reparto.
-è mancato oggi, alle 15.30.
Oggi, il giorno degli Arcangeli, San Michele, San Gabriele, San Raffaele, ho pensato. Che stupida. Oggi . Non so nemmeno il nome di Galliano, dove trovarlo, dove chiedere se faranno i funerali. Comunque non abitava proprio qui e io non ho la macchina, come ci vado al funerale?

 Quando sono uscita e ho preso la bici non sentivo niente. Poi, lungo la circonvallazione, alle 7 e mezza di sera, si è fatto improvvisamente silenzio, che nessuna macchina passava più intorno a me, e due lacrime dense e pesanti mi sono spuntate agli occhi, e resina parevano, e mi sono fermata, ho respirato e guardato il cielo che in questi giorni di fine settembre è terso e luminoso.
E ho capito.
Mi ci voleva la morte di Galliano per capire che da qualche parte ho ancora un cuore.
Il tempo d'un battito d'ali che ha sfiorato la mia vita.



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