Milano moda 2011: l'arrivo a via Tortona.



Così scendo dal treno e mi immergo nella stazione di Milano, che mi ha sempre affascinato: un'enorme bocca grande come quella della balena che si mangiò Pinocchio, e io che entro con il mio trolley rosso e la sua grande irriverente scritta Santana, non proprio adeguato all'eleganza suggerita dalle riviste di moda, ma che ci vuole fare, signora mia, questa ho, questa funziona, e io me la trascino leggera, che dentro ci ho messo le cose per i miei tre giorni di Milan fashion week, addirittura piegate nella carta velina, così non si stropicciano, ma a Milano fa un caldo appiccicoso, mi compro 5 biglietti della metropolitana e scendo, Porta Genova è di là, scivolo via liscia come l'olio, senza intoppi, con calma ma decisa, come se io prendessi da sempre la metro e sapessi già  che la linea è quella verde e il capolinea per Abbiategrasso o Assago (tutta roba che si sente alla radio, sa, noi di provincia...). E' bello non avere pensieri, io oggi non ne ho, ho le mie ballerine ai piedi, così dimesse ma comode, mi danno un tono pacato ma un passo sicuro, tanto nella borsa superflua ho un altro paio di scarpe con il tacchetto, mica altissime che ci devo stare tutto il giorno in fiera, ma giusto quei 5 centimetri, forse 6, tanto per sostenere un poco i miei pensieri dalla vile terra. Nella metro non penso, non vedo, e non indago, ma certo è che registro tutto, ho il cervello che funziona come un terone, così direbbe Figlio indicando la scatoletta nera con la lucetta blu in  cui ha raccolto qualcosa come 400 film, e respiro l'aria umida di terra e di persone, mi piace avere la testa vuota, l'unico vero pensiero è decidere quando farò il rapido cambio delle scarpe e dalle ballerine passerò al tacchetto, che potrei farlo appena arrivata alla fermata della metro, là dentro tanto, chi vuoi che mi veda. Arrivo e scendo. 


Penso che l'architetto di Porta Genova sia lì che si rotola nella tomba nel vedere che scempio ne è stato del suo bel lavoretto: è tutto scrostato, vecchiotto, l'acciotolato rotto, le rotaie del tram che incidono l'asfalto, la pittura gialla ormai color terra, i muri sbertucciati e scarabocchiati, le bancarelle degli indiani che vendono sciarpette, magliettine, jeans. Non sono ancora le 10 del mattino e fa un caldo, signora mia, un caldo afoso che pare di essere in quelle giornate di luglio e invece siamo a fine settembre, io mi trascino il mio trolley, non mi pare il caso adesso di fare il cambio delle scarpe, e così proseguo verso il ponte di ferro che attraversa la ferrovia, e già si comincia a sentire profumo di moda, che subito sulla scalinata ci sono due ragazze con una meravigliosa macchina fotografica (una nikon D300 potrebbe essere, sì? mi faccia vedere... uh che bella signora mia, ne vorrei una anche io così bella, leggera, che in effetti mica faccio la fotografa io, ma una bella macchina , mi piacerebbe molto averla, una costosa sa, che se potessi andrei, che sò, da Depretto e direi, fammi vedere tutte le macchine compatte che hai, e poi dopo che lui me le ha messe tutte in fila direi, bene, adesso dimmi quali sono le più costose e tra le più costose sceglierei la più leggera, e poi direi ok, la prendo, una custodia e via, così voglio fare signora mia, - anzi, questa cosa la metto nella lista delle cose da fare-). E insomma ci sono due ragazze che avranno 25 anni, con due belle macchine fotografiche, e davanti alla scalinata del ponte di ferro hanno fermato un ragazzino di par loro, solo che lui ha delle scarpe da ginnastica che paiono spruzzate di vernice come quelle esposizioni alla Biennale di Venezia di qualche anno fa, o come gli omini che per strada fanno le statue viventi e sono completamente ricoperti di pittura, che io mi sono chiesta parecchie volte come mai non sono morti di avvelenamento,tra quello che respirano e quello che traspirano, ma insomma, ognuno si guadagna da vivere come può, e meno male che io non devo restare ferma e nella mia grande scrivania posso muovermi quanto mi pare al mio Lavoro Benedetto, in ogni caso, signora mia, questo ragazzo era magro, probabilmente eccessivamente gay, un anello all'orecchio sinistro, i capelli ritti in cima al capo, l'aria annoiata e vissuta insieme, un fisico tisico, e le ragazze lo fotografavano e certamente saranno venute delle belle foto, lui così colorato, il sole abbagliante, la scala di ferro vecchio ed arrugginito alle spalle, i disegni urban alle pareti, mi sarebbe piaciuto fermarmi e fare anche io delle foto, ma era caldo, il foulard (sì, lo so, non si chiama foulard, ma certo  che non è nemmeno una sciarpetta e tanto meno una pashimna, ma insomma, tiene caldo, mi rassicura, mi copre il decolletè) le dicevo che la kefia mi impiccia, scivola e mi fa sudare sulla nuca, mi fermo quel tanto che mi basta per recuperare dalla borsa gli occhiali da sole e ficcarci dentro la sciarpa ( o foulard, o kefiah o pashmina), recupero il trolley, lo sollevo e faccio le scale di ferro, poi cammino sul ponte e intorno a me rumore di tacchi e rimbombo di passi, ma io sono affascinata dai disegni urban che sono alle pareti, una fonte inesauribile di spunti creativi se solo potessi fermarmi, cavarmi dall'impiccio della maximaglia e la collana di perle (che guardi, gliela faccio vedere, sono due fili, perle scaramazze rosa e grigie, che ne ho due di collane così, una sul bianco che fa tanto per bene e poi questa, così sui toni di grigio, che la amo questa collana lunga e doppia, le piace sì?) e le dicevo, diomio come sono prolissa, che volentieri mi sarei fermata a fare le fotografie ma mi pareva di essere fuoriluogo, io con il mio trolley rosso e la gran scritta Santana, e il mio iPhone, che poveretto adesso ha perso il pulsante del volume, così resta bloccato lì, e appena posso mi compro il nuovo, ma intanto uso il mio amatissimo iPhone con i suoi vecchiotti bordi arrotondati e le mie tantissime applicazioni e ok, riprendo il trolley e scendo le scale. Sono solo all'inizio di via Tortona ma già è un brusio di giapponesi con occhi sgranati, qualcuno di loro mi guarda pure, sì in effetti fa caldo, le scarpe le ho messe senza calze dopo tutta un'estate di piedi nudi e sandali aperti, meno male che mi sono messa pure un cerotto sopra il tallone ma mi pare che il giapponese abbia visto persino quello mentre mi scruta, che io scendo e risalgo sul marciapiede inesistente di via Tortona, mentre le vetrine sono un pullulare di oggetti nuovi e nuove tendenze, e le donne camminano a passo lesto, e il traffico è incolonnato, ancora non ho mai visto le macchine camminare in via Tortona, sembrano tutte perennemente ferme con il motore acceso, tutte così potenti, machinonic grandi, lucidi, larghi, qualche suv, molti BMW.  L'unico pensiero che mi viene in mente è che il prossimo fidanzato lo cerco con un criterio diverso, signora mia, il prossimo fidanzato deve avere una macchina che mi piaccia, e deve essere potente, rombante, confortevole. La macchina sì, il fidanzato sarà un accessorio. Sinculino gli  uomini, signora mia, io sono a Milano, nella grande Milano, e con passo fermo e tranquillo, senza correre, cammino comoda nelle mie ballerine da paperetta e non posso non godere dello spettacolo che mi si apre man mano che mi avvicino alla fiera.

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