Superkoars e la morte del Dentista.




Allora signora mia, mi dica lei cosa ne pensa, che io in maniera sospettosamente parallela, mi ritrovo con lo stesso problema allo stesso dente esattamente come 4 anni fa, quando ero in condizioni assai critiche già per conto mio, pericolante e persa, e diciamo pure, senza identità.

Che non è nulla di grave, ma un gonfiore sospetto nell’arcata superiore destra, affiancato da un lieve pulsare e da un sottile dolore che sale ma più spesso si allarga in orizzontale e indeciso non sa se andare avanti verso gli incisivi oppure spostarsi indietro, verso la fine del’arcata, e pertanto resta lì, indeciso appunto, pronto a mainfestarsi e a farsi sentire, cautamente presente, ecco, una cosa così non me la aspettavo proprio, non adesso signora mia, che abbiamo già altro a cui pensare noi, e non mi riferisco al fatto del licenziamento (che poi, ripensandoci, non mi hanno mica proprio detto così, hanno usato un’altra parola, più tenue, una condivisione affettuosa del crollo di una torre, mentre si camminava sotto i portici, mah signora mia, o tempora o mores), ma mi riferisco piuttosto al resto della mia vita, a come è sparsa e sparpagliata in milioni di idee e iniziative che richiedono sostegno e invece non lo trovano, ma nemmeno trovano riposo, che non le dico i sogni che faccio di notte io, uhh una vita che è un turbinio peggiore e più intenso di quello del giorno ma che ci posso fare, tutto mi arriva addosso e mi è impossibile scansarlo, impossibile davvero.


In ogni caso, tanto per riprendere il discorso, le dicevo come proprio di venerdì pomeriggio il dente ha incominciato a farsi sentire, e con lui la gengiva, proprio mentre rientravo a casa alle due del pomeriggio, dopo aver passato una mattina lavorativa in altalena, tra la certezza della fine e la possibilità di un futuro.



Come dice? Ah, sì, giusto, telefonare al mio dentista, vero. Purtroppo è morto poveretto, morto. Una storia tristissima, la vuole sentire? Eh che vuole, era una personcina tanto per bene, un uomo piccolo di statura con un po’ di pancetta, un sorriso accativante, le mani piccole e precise, gli occhi infossati, il passo elastico, la spina dorsale eretta, la spalla sinistra lievemente più alta di quella destra e una gran passione per il proprio lavoro e le proprie cose. Una sera, come tutte le sere, aveva salutato le dipendenti (per prima la dottoressa dal sedere enorme ma dalle notevoli capacità professionali, poi l’infermiera, poi la segretaria e infine l’assistente alla poltrona) e aveva fatto il giro di tutte le finestre. Controllava sempre che le finestre venissero chiuse per bene e sigillate dall’interno, così, tanto per stare tranquillo, e questo sebbene lui avesse lo studio ai piani alti dell’enorme condomino in pieno centro città, ma sa, signora mia, una volta, quando era giovane e aveva appena rilevato lo studio del padre era successo che... (oh scusi, sì divago, scusi). Insomma, finito il giro delle finestre passava negli studi, che ne aveva ben 4, due grandi camere e due piccoli: e tutte le sere controllava che, per esempio,  la plastica trasparente su cui i pazienti posavano le scarpe quando si sdraiavano, fossero pulite e non macchiate come una volta invece era successo ( ma badi bene, una volta sola!). Poi sfiorava le dita ferrose che erano il suo naturale prolungamento quando curava, e contava mentalmente quelle imbustate dalla macchina sterilizzatrice che aveva appena comprato e che non solo le sterilizzava ma pure le imbustava automaticamente, permettendo l’abbattimento dei costi  e il dimezzamento dei tempi di attesa. Senza contare che così il rendimento degli apparecchi era perfetto :

-       ti assicuro che così risparmio il 70 % del tempo e si può ben dire che il rendimento aumenta notevolmente compreso l’ammortamento delle spese del macchinario-

diceva soddisfatto ai propri scettici colleghi. I quali erano sempre un po’ seccati dalla sua capacità imprenditoriale che scambiavano per saccenza, dallo studio figo (il che significava, secondo loro che guadagnava lui di più di loro) dal fatto che volesse portare cose nuove all’interno del ristretto gruppo associativo di cui faceva parte l’Associazione i Migliori Dentisti d’Italia, dove c’era un presidente, un vice presidente, un tesoriere, una segreteria con due segretarie, e questo per ogni città di media grandezza, e poi uno simile per ogni regione , e facevano riunioni mensili ogni ultimo giovedì del mese (una mail di convocazione per tutti) un tavolo a cui sedevano le persone in carica, il resto dei medici seduti su seggioline da ufficio rosse, ad ascoltare e a guardarsi in cagnesco, e poi due volte all’anno si incontravano in una riunione nazionale dove si parlavano,  insomma, signora mia, un  turbinio di cariche e di parole private di contenuto, ma sa il potere com’è, si fa un bel consorzio e ci si vuole tutti bene almeno finché uno resta dentro i ranghi e non propone cose strane, come appunto i macchinari fai da te, gli oggetti di design nello studio, le poltrone del paziente nuove ogni due anni, le lastre elettroniche già molto prima degli altri e via così. 

Ma tanto per ritornare alla storia di quella sera, il dentista aveva fatto il solito accurato giro d’ispezione e aveva ammirato l’enorme televisore che aveva comprato in offerta due settimane prima, un televisore a schermo piatto sa, che era una vera occasione, e sebbene in casa ne avesse già 3 questo aveva un prezzo interessante e sarebbe stato un’occasione sprecata lasciarlo lì, e quindi lo aveva comprato e aveva chiamato Tino, lo aveva fatto portare fino a su, e lo aveva fatto attaccare nello studio grande, così le lastre elettroniche dei pazienti potevano essere viste a una grandezza da cinemascope, si immagina signora mai, una enorme bocca di denti cariati, ponti da costruire, dentine e corone, polpe e impianti, tutto lì, enorme, sulla parete bianca. E poiché al primo colpo in effetti aveva fatto un po’ impresisne pure a lui, vi aveva fatto costruire intorno una cornice di legno bianco, su misura, cosicché sembrasse anche la televisione uno strumento di lavoro e ogni volta che lui passava in quello studio sentiva un discreto senso di piacere nel vedere come era bello il suo studio, veramente bello. E si deve ben dargli ragione, signora mia, che negli anni aveva investito in maniera oculata ma costante, molti dei soldi che aveva guadagnato per migliorare sempre di più le prestazioni dello studio e per poter dare al suo lavoro un valore maggiore, quel qualcosa in più che prima di tuto desse a lui stesso sodisfazione, e poi, a cascata, si riversasse sui pazienti. I quali pazienti erano lentamente ma in maniera costante aumentati di numero e di qualità, e lo studio si era abbellito nel tempo anche di oggetti di design, come per esempio le poltrone Barcellona Chair nella sala d’aspetto, o le luci della Foscarini che era riuscito a comprare a Rovigo, nel luogo dove un negoziante stava per chiudere e faceva una svendita particolare, e lui era andato una mattina fino a lì, tanto la mattine del venerdì lui non lavorarava mai, non con i pazienti almeno che non fosse una emergenza, ma tanto per il resto lavorava lo stesso sempre, che comunque il venerdì mattina andava sempre in giro a cercare cose per migliorare lo studio.

Insomma signora mia, quella sera, come le dicevo, aveva fatto il giro di tutto lo studio, aveva riacceso e poi rispento tutte le luci, accarezzato il piano bianco e liscio del bancone d’ingresso, e si era rifugiato nel suo studio, ancora qualche minuto, per finire alcuni conti e verificare gli appuntamenti della mattina dopo. La stanza era piccola, quadrata, con una scrivania rettangolare di cristallo pressoché vuota. Non avrebbe mai saputo lui quanto intimidiva in genere la maggior parte dei suoi pazienti sedersi dall’altra parte della scrivania: non ci aveva mai riflettuto, che se lo avesse saputo forse avrebbe tentato di porvi rimedio. Eppure succedeva sempre che le persone che si sedevano davanti a lui restavano un attimo incerte, mentre guardavano il dietro dell’enorme schermo di un iMac, la tastiera argentea senza filo, il Magic Trackpad da sfiorare, un vasetto di rete bianca contenente le matite della FaberCastle colorate (non che il dentista colorasse, ma erano belle da vedere, una piccola macchia di colore in mezzo a tante questioni mediche), un quadernino rinchiuso in una custodia arancione. Non c’era niente altro a parte un quadro, enorme, lucido, moderno, con un disegno astratto dove, se uno vi guardava con attenzione poteva persino scorgere una figura femminile (forse una coscia, forse un seno, ma non il viso, che quello non aveva senso per il pittore, solo un lieve e discreto richiamo a un corpo femminile nudo, al piacere che dà a un uomo, ma il volto della donna si perdeva nella pasta blu dei colori ad olio) e poi basta, niente altro intorno, tranne il dottore seduto davanti con il suo quadernino dei conti, e forse sì, forse era questo che turbava tanto i clienti che entravano e si sedevano nella comoda poltrona, senza riuscire a trovare sollievo nonostante l’impegno profuso dal dottore nel metterli a loro agio.

Ma come al solito io divago e mi perdo nei dettagli e lei invece vuole sapere cosa è successo al mio povero dentista una sera di primavera, quando, dopo aver chiuso lo studio si era seduto alla scrivania, aveva spento la musica della radio sintonizzata su una radio a pagamento al volume 3 su una scala di 14, e nell’oscurità di cui era circondato solo la luce della sua Kartel illuminava la scrivania di cristallo. Mentre sedeva lì un languore lo aveva preso, come un principio di svenimento, e aveva pertanto pensato che era da pranzo che non mangiava nulla e ora erano le 8 e 45 e aveva fame sebbene avesse ancora da finire i conti e avesse ancora la questione pendente con quella stronza che mandava il figlio a farsi curare e però lei non si faceva vedere e soprattutto, non pagava il residuo del conto.  Frugò distratto nella tasca destra del camice e trovò una caramella, anzi, una Bigbubble che una paziente gli aveva offerto oggi, non sapendo che lui odia i caucciù. La prese lo stesso, la scartò in maniera meccanica e cominciò a masticarla.



Mentre faceva i conti, la bigbubble si gonfiò dentro la bocca, rotolò un pochino a destra e a sinistra della arcate dentali, si fece strizzare e riempire di saliva, rilasciò zuccheri e un orribile sapore di fragola sintetica,  modificò la forma della lingua che la sosteneva, e poi, repentina e senza alcun preavviso, si ficcò nella gola secca. E il dentista soffocò.




Quello che accadde di lì a poco lei lo può ben immaginare: di notte la moglie, non vendendolo tornare per l’ennesima sera per cena, lasciò il cibo freddo sul tavolo e se ne andò seccatissima a letto. Lo trovarono la mattina dopo morto stecchito davanti al quadernino di pelle arancione. La segretaria che lo trovò, che non era una stupida per niente,  prese subito il quaderno e lo sostituì con un quaderno diverso, poi chiamò nell’ordine la polizia, il 118, la moglie del dentista, l’assistente di poltrona che era una sua amica. Mentre faceva queste telefonate prelevò il contante che era rimasto e che serviva da fondo cassa, poi si sedette in sala d’attesa e si mise a piangere, mentre teneva stretta sotto braccio la borsa con dentro il quadernino. Nei giorni successivi, la ragazza continuò a sedersi al suo posto davanti al computer, e mandò mail ai pazienti che non avevano ancora saldato i debiti o che avevano lavori in corso, e si fece versare in suo conto personale tramite bonifico online, i soldi che mancavano.

Nel frattempo la moglie del dentista provò a gestire lo studio da sola, ma dopo solo due settimane lo lasciò in mano al figlio minore, che non era un dentista ma stava studiando economia e commercio a Ca Foscari ormai da 5 anni. Non le era parsa una buona idea, ma certo era l’unica sostenibile, giacché lei aveva da fare nello smantellare e rivendere ciò che era rimasto del suo defunto marito, compreso l’orribile quadro della donna nuda di cui non si vedeva il volto. Il figlio si affidò nella gestione alle capaci mani della segretaria, la quale si fermava spesso con lui la sera, tanto che una volta si erano trovati così vicini che baciarsi era stato inevitabile, ed erano pertanto finiti a fare l’amore sulle poltrone Barcellona Chair, mentre lo studio, non più quotidianamente accarezzato rotolava verso l’obsolescenza.

Ecco signora mia, questo fu l’orribile quadro che il dentista visse nel momento che trascorse dall’inizio del soffocamanto al momento in cui si svegliò, caduto a terra con il labbro rotto e sanguinante, feci e  urine dappertutto che, non so se lei lo sa, ma nel tentativo di respirare il corpo si contrae e spasima e spinge ovunque pur di liberarsi di ciò che impedisce di respirare, compreso ciò che sarebbe più pudico non dire.  Aprì gli occhi, e più del dolore fisico, più del terrore per aver scampato la morte, più di tutto, gli  rimase impresso negli occhi la visione del big Bubble rosa, sputato davanti alla bocca, che giaceva davanti a lui sul tappeto di lana rossa, e che lui, incapace di muoversi per parecchi interminabili minuti, continuava a fissare, mentre il sapore del sangue gli riempiva la bocca e le forze piano piano riprendevano spazio nel corpo abbandonato.  Il mio dentista rimase così fermo per circa un’ora, fissando il big bibble e rivedendo la vita che gli si era presentata alla sue spalle, mentre giaceva privo di sensi e coperto di spasimi nel tentativo istinitivo di riprende a vivere. Dopo qualche giorno il dentista chiuse tutto: aveva scritto una lunga lista in cui aveva elencato tutto ciò che era nello studio, l’aveva affidata a il migliore notaio della città, aveva messo in vendita tutto ed era partito, comprando un piccolo spazio nei necrologi del Gazzettino e del Mattino e anche sul giornale gratuito Leggo, dove compariva la sua fotografia sorridente, e sotto la didascalia:

- è mancato improvvisamente all’affetto dei suoi cari e di quanti lo hanno personalmente conosciuto il dottore Dentista. Ne dà l’annuncio, a esequie avvenute, l’amico d’infanzia più caro. Lascia da sole le persone che gli hanno voluto bene.-



È così che è morto il mio dentista, signora mia, e adesso so che è in qualche spiaggia assolata, chissà, forse a Cuba, o forse in Brasile o forse ancora in India, perché no, fatto sta che sono senza dentista e pertanto io mi ritrovo a combattere in questa giungla di deregulation, menefreghismo, indifferenza e cannibalismo. 
Ma questa è tutta un’altra storia.





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