Superkoars e le varie vicende della vita.


Mi ha detto che mi vuole prendere
e io non ho saputo dire di no.
Perciò ho taciuto.
E' tempo che altri prendano decisioni per me.



Ho pensato alle implicazioni che una colica renale ha avuto sulla mia vita, e all'impatto che una colica renale ha sul corpo: direi che è stata devastante, di una violenza inaudita, e direi che se non fosse stato per le cure del pronto soccorso (dove sono andata chiamando un taxi, ragazzi io vado in ospedale, non vi preoccupate, vi chiamo dopo, chiamate vostro padre io vado), penso che sarei morta.

Il Pronto soccorso si raggiunge scendendo una ripida rampa, ma il tassista vedendomi sofferente prima ha corso come un dannato prendendo tutte le buche che ci sono da prendere per la strada, poi arrivato alla rampa ha rallentato, NOVE, mi ha detto e io non capivo, guardavo fuori e non vedevo e il nove mi è risuonato strano nella testa perchè di solito i tassisti si fermano, toccano lo schermo del computer di bordo, poi si voltano, dicono la cifra e attendono il resto.


NOVE- ha ripetuto, credo due o tre volte, finchè ho capito, ho armeggiato nel portafoglio, ho tirato fuori i 10 euro che avevo (perchè cazzo io non ho mai contanti in borsa? Figlio, hai dei soldi? ma mammaaaaa... Cazzo dammi 10 euro o stavolta ti uccido, lo giuro- e Figlio mi ha dato gli ultimi 10 euro che aveva nel portafoglio e mi ha detto:- ecco, adesso sono un bambino povero- e a me è venuto da ridere, piegata un po' con la mano sul fianco destro, ho riso davvero e ho detto.- Perfetto, dopo che avrò pagato il taxi saremo poveri in due- ) e ho pagato il tassita, mi sono fatta dare un euro di resto e ho cercato di aprire la porta della macchina, riuscendoci.

Poi sono entrata in ospedale, ho oltrepassato una porta scorrevole e sono entrata in quel luogo dove il tempo ha uno scorrere completamente diverso da quello che c'è appena prima della porta scorrevole.  A destra c'è una stanza tutta a vetri, dove delle persone composte sono sedute e apparentemente guardano la televisione. Non esiste lì personale medico o paramedico. Il cervello cominciava ad essere annebbiato, ma pur in mezzo alla foschia ho riconosciuto lo sgabbiotto amministrativo: un box di vetro di un metro per un metro, dove entri come fosse un confessionale moderno, nessuno in teoria dovrebbe sentire che cosa dici, chi sei, perchè sei lì, ma dall'altra parte del vetro c'è una donna in camice blu, tra te e lei un vetro con una piccola feritoia come c'era una volta nelle banche, ci può passare una mano sola, e di là vogliono qualcosa e di qua io sto consumando tutte le mie energie dedite alla sopravvivenza. Smetto di ragionare prima  che il cervello si spegna del tutto ma, volevo dirglielo signora mia, abbiamo un pilota automatico che agisce quadno noi non siamo in grado; così  il mio cervello è come se lo avesse inserito e io ho realizzato che avevo il portafogli in mano, lo ha aperto, ho trovato la tesserina blu sanitaria e a quel punto ho ancora ragionato. Ho preso la tessera blu, l'ho ficcata dentro la finestrella e ho detto:
- Sto male.
la signora dietro la finestra stava chiacchierando e mi dava le spalle, e mentre si voltava mi ha detto seccata:
- Ma non può aspettare un attimo?
Quando si sta molto male il cervello va e viene, e interviene solo a bisogno. Credo sia davvero un modo di risparmiare energia. In quel momento ho pensato: porcatroia muoio e mi spengo, ma il mio cervello ha ripreso il controllo e ho detto:
- Non posso aspettare, sto male.
Mi sono aggrappata alla mensola e ho vagamente guardato la donna di cui ricordo i capelli castani e il viso che si è scurito guardandomi, e ha parlato a un microfono interno mentre prendeva la mia tesserina  e mi diceva a voce alta per oltrepassare lo sbarramento del vetro ( e rendendo perciò vano il tentativo di demagogico di privacy):
- lei è Superkoars?  Ha dolore? Dove? Quanti anni ha?  Riesce a rispondermi? Cosa pensa di avere? Una colica renale? Ne ha già avute? Ce la fa? Una barellaaaaaa. Superkoars, è accompagnata?
- La mia tessera. Ho male. Una colica renale. No . Sì. Sì. Sì, no. Non so niente.
- Sta arrivando una barella.
e si è alzata dalla sedia, dietro il vetro, ha lasciato la postazione e ha gridato :
- allora, dai dai, codice...
Il colore del codice non me lo ricordo ma ho ben presente la barella portata avanti con mano incerta da qualcuno in camice bianco, e voltandomi piegata in due come una novella Gobba di Notredam, ho visto che nessuno guardava più la televisione, ma erano tutti a guardare me, che non riuscivo più a muovere nemmeno un passo. Una signora giovane si è fermata vicino a me e alla barella, che era una barella altissima, menter la donna della reception urlava a quella della barella:
.-ma non potevi prendere l'altra?
- no, c'era solo  questa...
- ma questa è alta!!! Come fa?
Il mio cervello ha registrato velocemente la quantità di energia ancora a disposizione, e nello spazio lasciato libero dal dolore, ha fatto sì che io posassi le mani sulla barella di gomma rossa come se fosse stata un'asse di legno e io una naufraga, e prendessi fiato mentre la signora con il camice bianco chiamava dentro al corridoio qualcuno, e la signora magra con aria tanto dispiaciuta e un cappottino di cashmire color cammello mi guardava mentre lottavo per la vita e per guadagnarmi la posizione supina sul lettino di gomma, e la signorina della reception bloccata dietro il vetro andasse su tutte le furie chiamando Armando, Luca, Francesco, Anna, Anna, qualcuno al Triage! e intanto il pubblico del pronto soccorso mi guardava grato per essere un così interessante diversivo (che le supposizioni cominciavano a circolare, dal momento che non ero ferita, ero entrata da sola con le mie gambe, chissà, mente? che avrà mai? eh come siamo fortunati noi, poveretta... ah che roba brutta l'ospedale, però cazzo, è arrivata dopo di me che oramai sono due ore che aspetto, sarà vero che sta così male? Più male di me?) . La salita sulla barella si è presentata come impresa difficile, che sono ricaduta all'indietro mentre il cervello veniva offuscato da un grigio spesso.
- Ce la fa?
mi ha chiesto la donna dal camice bianco.
Incredula l'ho guardata e ho taciuto, abbracciata con il braccio destro sulla barella altissima, incapace di respirare e di muovermi mentre d'un tratto un lampo si è fatto spazio dalla nuca dentro la mia testa, ho visto che la ruota era grossa, il lettino stretto sebbene alto, la giacca che avevo addosso leggera, la borsa piatta a tracolla e ho calcolato tutto per cui ho posato il piede sulla ruota e per Dio, ci sarei montata su quel cazzo di barella anche se fosse stata l'ultima cosa della mia vita e mentre salivo e davo un colpo, l'ultimo, di reni e riuscivo a raggiungere la barella e a sedermici sopra, la signora in camice bianco mi ha chiesto:
- Ma è accompagnata?
Ho rantolato, mentre lei con calma e gesti sicuri ha alzato le sbarre del lettino alla mia destra e poi alla mia sinistra, per evitare che cadessi. Il cervello a quel punto si è richiuso su se stesso e ha smesso di funzionare, dando per scontato che ormai non era più in suo potere capire decidere e agire. La barella si è mossa e il secondo sbarramento  è stato superato, mentre entravo in un largo corridoio e qualcuno, forse la stessa che mi aveva così accolto alla reception mi è venuta vicina, ha posato dei fogli sulla barella di fianco a me e mi ha detto:
-Superkoars, è accompagnata?
La signora della barella ha risposto al posto mio:
- No, non è accompagnata.
- Superkoars, mi sente?
ho fatto di sì con la testa che tanto parlare non potevo parlare, e ho sentito che il lettino riprendeva la corsa per finire dietro un separé, nel corridoio scuro. Ho aperto gli occhi e ho guardato dove ero e ho visto un ragazzo di colore lungo, in tuta da ginnastica bianca che si teneva una mano alla testa e mi guardava. Ho richiuso gli occhi e ho capito che era arrivata la fine per me. Da sola, mi sono detta, mi tocca morire da sola che nemmeno se ne accorgono. Ho sbagliato tutto.
Ho sbagliato tutto.

Subito mi si è avvicinato un ragazzo, con camice blu, ha preso le carte dal mio lettino, mi ha detto:
- lei è Superkoars?
- sì.
- E' accompagnata?
Ho taciuto e mi sono vista la mia vita scorrere davanti: tutta la fatica del mio matrimonio e poi nessuno vicino a me nella corsia di un pronto soccorso. Se mi chiedono in continuazione se sono accompagnata, si vede che è importante. Come cazzo faccio?
- veniamo subito.
Ed è andato via. E' stato in quel momento signora mia, che ho cominciato a piangere, per il male, per la mia vita, e soprattutto per il fatto che dentro la borsetta che avevo a tracolla avevo il mio iphone ma nemmeno un pacchetto di fazzolettini e l'unica cosa che mi veniva in mente era Figlia che invece di andare a prenderne un pacco nel cassetto aveva ficcato le mani nella mia borsa e mi aveva preso il mio. Mi è venuto un moto di rabbia, penso l'ultimo vero spasimo di vita reale in mezzo a un dolore grigio e denso e in quell'attimo è arrivato un dottore, credo lo stesso di prima e ha chiamato a gran voce:
- Superkoars?
- ...
- Superkoars? Superkoars, ma dov'è?
- sì.
Lui era a un paio di metri da me, mi ha sentito, si è avvicinato e mi ha detto:
- è lei Superkoars?
- ma cazzo sono malata mica scema. Mi ha appena chiamato, le ho detto che sono io, che cazzo mi chiede il nome ancora?
E poi basta, che avevo alzato la testa e poi ero ricaduta giù, un tremore aveva preso il corpo e ho iniziato a vibrare, tutti i muscoli si muovevano in maniera incontrollata, mi sa che ho le convulsioni, ho pensato, se ho pure le convulsioni allora non c'è più niente da fare e dal fondo delle viscere ho avuto un conato che non ho trattenuto, e mentre mi trascinavano via portandomi in una stanzetta ho sentito qualcuno che chiedeva al medico:
- è accompagnata?
Poi è stato tutto un armeggiare intorno a me, gente che mi parlava e a tratti mi faceva domande, e mi spiegavano cosa facevano, ora la misuriamo, la auscultiamo, le iniettiamo, la controlliamo, le ri-iniettiamo, la palpiamo, e mi hanno messo una pistola vicino all'orecchio dicendomi che mi stavano per prendere la temperatura, e mi hanno tolto le scarpe dicendomi  adesso le togliamo le scarpe, e mi hanno alzato la maglietta dicendomi: adesso cerchiamo di auscultare che voglio sentire l'aorta, e poi mi hanno detto non si preoccupi, le diamo delle gocce, può vomitare qui, non si preoccupi, adesso la sistemiamo, stia tranquilla, è normale, le diamo delle altre gocce sublinguali, lo vede il mio nome? mi dice il suo? non sento l'aorta, non parla , perchè non parla? Superkoars, mi sente? lo sa dove è? Aggiungi altre gocce, da quanto tempo è qui, controlla i minuti, Superkoars, mi sente? mi fa sì con la testa? bene, le sento ancora la aorta, non si preoccupi, adesso la sistemiamo, ha freddo? mi dice come si chiama?
- Superkoars.
- sa dove siamo?
- al pronto soccorso.
- ma come è venuta?
- in taxi.
- va meglio?
- cazzo, che male che sto. Porca puttana che male.
- direi che va meglio.
- sì, lo direi anch'io.
- adesso la teniamo qui un pochino. Può dormire adesso se vuole. Vedrà che sta meglio. Sa, ci ha fatto spaventare.
E mi ha posato una mano sulla fronte, spostando il ciuffo che mi copriva il viso, mentre la violenza lasciava il mio corpo e il mio cervello, e incredibilmente io mi rendevo conto di essere curata, qualcuno che si prendeva cura di me, hanno abbassato le luci e mi hanno coperto meglio, e io sono rimasta lì, ferma immobile vedi mai che se mi muovo mi ritorna il male, che non mi pareva vero di recuperare la mia vita, e vedi che meraviglia, credevo di essere morta non ho capito che cosa è successo, adesso galleggio, mi sa che dormo un po', che vita di merda, e ho chiuso gli occhi e mi sono addormentata.


In quel preciso momento qualcun altro, in un luogo lontano, senza alcuna reale ragione, mi pensava, incuriosito, e si faceva domande su di me.

Nello stesso momento, qualcun altro prendeva coscienza che le cose non erano come pensava, che era arrivato il momento delle decisioni gravi e irrimediabili, che gli errori si erano sommati ad errori, e che era ora di prendere provvedimenti.

Entrambi stavano decidendo della mia vita.







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